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«Prudenza e vaccino: così si resiste per tornare ad abbracciare i nostri cari»

Silvia Guarducci direttrice dell’ospedale San Giuseppe

La direttrice dell’ospedale San Giuseppe, Silvia Guarducci, a distanza di un anno è ancora in prima linea contro il Covid

EMPOLI. «Dobbiamo essere ancora prudenti in tutte le situazioni di rischio, vaccinandosi non appena possibile, poi potremo tornare ad abbracciare i nostri cari. Teniamo duro ancora un po'». Parola di Silvia Guarducci, direttrice dell'ospedale di Empoli, a cui ci siamo affidati per raccontare un anno di Covid tra passato, presente e incertezze del futuro.

Trovarsi dopo un anno a parlare di pandemia appare surreale. Come lo ha vissuto?


«È stato un periodo molto difficile, abbiamo affrontato una malattia sconosciuta, imparando quotidianamente come affrontarla, come difenderci e anche come organizzarci per curarla, attuando una profonda trasformazione. Il Covid ha condizionato il modo di lavorare, di visitare i malati, di rapportarsi con pazienti e familiari. Ci ha portato a modificare i percorsi di cura e assistenza sia per i rischi connessi alla trasmissibilità del virus, sia per l'andamento stesso della patologia. Sono cambiati i metodi di visita, l’organizzazione dei reparti, l’uso della strumentazione diagnostica, gli interventi terapeutici specie quelli invasivi, l’attività ambulatoriale. Questa grossa trasformazione talvolta non è facile da far comprendere a chi, da fuori, pensa che, nonostante il Covid, tutto possa ancora procedere come negli scorsi anni. D'altro canto bisogna dire come affrontare una cosa del tutto nuova ci abbia fatto crescere umanamente e professionalmente. Anche a casa i nostri figli hanno imparato a convivere con le regole che questa malattia ci impone, a conoscere come ci si comporta e a trovare nuovi modi per stare insieme, per quel poco tempo da poter dedicare ai nostri cari».

Può riferirci come il Covid, per la prima volta, è entrato al "San Giuseppe"?

«Mi ricordo ancora quando è arrivata la prima paziente, una ragazza giovane, al dipartimento di emergenza. Siamo stati tutti svegliati alle tre di notte per correre in pronto soccorso per cercare i contatti fra gli operatori e per gestire insieme il caso. La ragazza stava abbastanza bene e fu dimessa, ma fu una giornata impegnativa iniziata molto presto e finita molto tardi, per capire se avevamo fatto bene e cosa potevamo fare per il futuro. Da lì numerosi giorni si sono susseguiti tutti uguali, senza soste né sabati né domeniche, ma ci hanno anche portato enormi soddisfazioni: come nel caso di un altro ricordo, che porterò sempre nel cuore, ovvero le lacrime di gioia di una collega quando fu dimesso il marito dopo due mesi di ricovero e un'iniziale prognosi infausta».

Cosa è cambiato da allora?

«Abbiamo capito come difenderci. I primi tamponi dovevano essere inviati allo Spallanzani a Roma, oggi li gestisce in tempi rapidissimi la nostra microbiologia, che lavora 24 ore al giorno, compresa la domenica. Non avevamo abbastanza caschi e ventilatori e a volte anche personale, ma poi tutto è arrivato, grazie all'organizzazione e anche alla generosità delle persone, che ci hanno molto sostenuto in questi mesi. Non sapevamo come far comunicare i pazienti con i loro cari e grazie alle donazioni di alcuni tablet da parte di imprese del territorio siamo riusciti ad organizzare videochiamate che ci hanno molto emozionato. Siamo riusciti a reinventarci: dalla chiusura totale degli ospedali siamo arrivati alla possibilità di far entrare ogni giorno un familiare di un paziente per setting Covid, per una visita. A maggio, alla fine della prima ondata, pensavamo di avere scalato una montagna e di avere svolto un lavoro incredibile: recentemente ci siamo resi conto di aver curato un numero di pazienti 10 volte maggiore. Ma la differenza più importante di tutte è che oggi esiste il modo di prevenire tutto questo, attraverso la vaccinazione».

Qual è lo stato d'animo di fronte a un impegno così oneroso e a un traguardo ancora lontano?

«La stanchezza si fa sentire e a volte anche la demoralizzazione del personale per un'emergenza che dura ormai da più di un anno. Continuare a sostenere un carico psico-emotivo e fisico così importanti per un periodo che sta diventando lunghissimo non è facile. Dall'altra parte l'affrontare questa sfida insieme ci ha dato una grande forza, che da soli non avremmo avuto, e dall'esterno l'aiuto si è fatto sentire, sia come attestati di stima sia come donazioni».

Come state affrontando questa fase acuta della pandemia?

«Ci siamo abituati a essere elastici e resilienti, adattando l'ospedale alle necessità. Purtroppo nelle ultime settimane sono triplicati i malati che ogni giorno hanno bisogno di ricovero per Covid in pronto soccorso: qualcuno parla di possibile terza ondata, ma come ho ripetuto in passato la seconda non è mai finita. Abbiamo avuto un incremento progressivo del numero dei degenti Covid e dei ricoverati con grave insufficienza respiratoria. Abbiamo pertanto dovuto incrementare nuovamente il numero dei posti letto Covid in degenza ordinaria che attualmente sono 96 ma nei prossimi giorni passeranno probabilmente a 120, e dei posti di terapia intensiva Covid, i quali da dieci diventeranno 16 e, nel bisogno, 22. Il trend di questi giorni è in aumento e, accanto ai setting Covid, l’assistenza a tutti gli altri pazienti non si è assolutamente fermata. Sovrapponibili ai ricoveri Covid totali sono il numero e le percentuali dei ricoverati con grave insufficienza respiratoria, cioè di coloro che sono stati in terapia intensiva o sono stati trattati con supporto ventilatorio non invasivo rappresentato dal famoso "casco" o con maschere connesse a ventilatori. Infatti, questo dato si è mantenuto costantemente intorno al 30-35 per cento dei ricoverati Covid. Il rischio di mortalità nei soggetti con grave insufficienza respiratoria è doppio rispetto ai soggetti che non richiedono terapia intensiva o supporto ventilatorio non invasivo».

Quali sono stati gli esiti sulla campagna vaccinale tra il personale ospedaliero?

«Abbiamo riscontrato un drastico calo dei contagi, sia fra gli operatori sanitari, che fra gli anziani delle Rsa. La risposta degli operatori è stata da subito ottimale e abbiamo praticamente concluso la vaccinazione del personale dell'ospedale. Entro metà marzo finiremo anche le seconde dosi di tutti gli operatori sanitari. Abbiamo somministrato più di 8mila dosi di Pfizer, 600 di Moderna agli operatori sanitari e 2.300 Astra Zeneca a personale scolastico e forze dell'ordine. Nessuno è deceduto per gli effetti avversi del vaccino, mentre tante persone sono morte per Covid. La vaccinazione rappresenta uno strumento formidabile, attualmente il più importante che abbiamo». —

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