Sandra, la paziente 1: «Febbre e raffreddore, tutto cominciò così»

Sandra Pugliese

Empoli, il 4 marzo 2020 l’incontro con un virus subdolo e misterioso. «Mi ricordo tanta paura, giorni che mi hanno cambiato la vita»

EMPOLI. Un anno fa. Sì, un anno, 365 giorni, mica un secolo. Eppure vivevamo un’altra vita, tutti. L’ombra del Covid, che allora era più semplicemente il coronavirus, era arrivata. Eccome. Da poco meno di un mese, ormai, non si parlava d’altro. In Italia il mostro si era materializzato il 21 febbraio, a Codogno. Mattia Maestri, il primo positivo. Eppure nei ricordi sfocati di allora la Lombardia e il Veneto (col focolaio di Vo’ e la prima di tante vittime) sembravano ancora lontani. Ma pochi giorni dopo, il 4 marzo, anche Empoli scopre il suo paziente 1. Anzi, la sua paziente 1. Si chiama Sandra Pugliese, e allora aveva 56 anni. Secondo il bollettino Asl, uscito il 5 marzo e pubblicato sui giornali del 6, è in isolamento a casa e in buone condizioni. E oggi, un anno dopo, è proprio Sandra Pugliese a raccontare, per la prima volta, quello scomodo incontro con la malattia.
«Lavoravo e lavoro nel campo della moda – spiega – ed ero stata a Milano per la settimana delle sfilate. Il venerdì successivo una mia collega, di Firenze, accusa i primi sintomi e si scopre positiva. Mi chiudo immediatamente in casa, in isolamento volontario. Con l’Asl sono in contatto stretto. Ci sentiamo due o tre volte al giorno. Il primo weekend trascorre senza problemi, ma domenica 1 marzo arrivano raffreddore e febbre. Il giorno dopo la temperatura si alza, ho dolori tremendi. Che aumentano. Così l’Asl mi manda gli infermieri a casa per il tampone e mercoledì 4 marzo arriva il responso: positiva».
E che succede?

«Ma, oggi potrei dire che ho avuto una brutta influenza, perché per me questo è stato il Covid. Ma ho avuto paura, tanta paura. Di questa malattia nessuno sapeva niente, in realtà anche ora non ne sappiamo molto, e dalle tv o dai giornali si sentiva di tutto. Non era ancora il momento di quella tremenda immagine delle bare che lasciano Bergamo sui camion dell’esercito, ma la sensazione di incertezza, di essere dentro un percorso che non sai dove ti porta è stata tremenda».
Come ne è uscita?
«In poco tempo, fortunatamente direi in modo lineare. Il problema più grosso sono stati i dolori, terribili, ma dopo due o tre giorni mi sentivo già meglio. Non sono state in ospedale neanche per un’ora ma sempre a casa mia. Mi sono anche tranquillizzata e dopo una settimana sono risultata negativa al tampone di controllo. Era già finita. Forse era una forma lieve».
Forse è finita bene anche perché lei si è subito isolata.
«Fortunatamente non avevo rivisto né mio padre né mia figlia dal ritorno da Milano. Appena ho avuto qualche sospetto mi sono chiusa in casa e sì, sapere di non aver contagiato altre persone, perché nella mia famiglia nessuno lo ha preso, mi ha reso e mi rende serena. Ma ci tengo anche ad aggiungere una cosa: il personale dell’Asl è stato eccezionale. Ho ringraziato tutti ma voglio anche farlo pubblicamente».
Eppure ha detto che non ha avuto bisogno delle cure del San Giuseppe.
«No. Ma mi hanno non solo seguita ma coccolata, aiutandomi in tutti i sensi in quei giorni che, ribadisco, non sono stati per niente facili».
Oggi, un anno dopo, pensa che il Covid le abbia cambiato la vita?
«Ha cambiato quelle di tutte e, ovviamente, anche la mia. Nei mesi successivi ho avuto tanti amici colpiti da questo virus, ho visto e vedo quello che mi succede intorno e in tutto il mondo. Francamente, lo scorso anno, non avrei mai pensato di esserci ancora dentro. Speravo e pensavo che tutti sarebbe finito prima, magari con l’estate. Ma, a dire il vero, mi sembra che ora la situazione sia anche peggiorata».
Come mai, secondo lei?
«Perché è una malattia nuova, sconosciuta e tremenda. Ma contano anche i comportamenti individuali. Io, in quei giorni, sono scesa di macchina e mi sono chiusa in casa, da sola, e sono contenta di averlo fatto. Ora che è passato un anno, però, è vergognoso e intollerabile non solo negare che il Covid esista ma anche non attenersi alle disposizioni che ci hanno dato e che ci siamo dati. È una questione di rispetto per gli altri, per la comunità. Anche ora io cerco di uscire solo quando è indispensabile».
Si vaccinerà?
«Sì, quando sarà il mio turno lo farò immediatamente. Se non ci facciamo il vaccino non ne usciamo, ormai dovrebbe essere chiaro per tutti».
Però lei il Covid lo ha già avuto e lo ha già sconfitto.
«Ma non è finita neanche per me. Ad ottobre mi sono sottoposta ad un test sierologico per misurare la quantità di anticorpi rimasti ed era già ridotta. Forse oggi non ne ho più. Quindi, appena sarò il mio turno, io il vaccino lo faccio». —
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