Tarquini: «I nostri letti sono sempre pieni, bisogna che la curva dei contagi si abbassi»

Il direttore di Medicina 1 Roberto Tarquini

Emergenza covid-19, il direttore di Medicina Interna 1 dell'ospedale San Giuseppe di Empoli ha spiegato che anche il 5% dei ricoverati su un numero alto mette in crisi il sistema

EMPOLI. Posti letto pieni e non più aumentabili per fronteggiare l'emergenza Covid all'ospedale "San Giuseppe" di Empoli. Parola di Roberto Tarquini, direttore di Medicina Interna 1, che ha fatto il punto della situazione.

A metà novembre i dati ci dicono che in 15 giorni sono stati superati i numeri delle positività di tutto ottobre. Questo come si è materialmente tradotto in termini di ricoveri ospedalieri?


«Siamo stati costretti ad aprire un reparto Covid a settimana, inseguendo la crescita dei malati: il 3 novembre abbiamo aperto un nuovo setting e in un giorno sono stati ricoverati 23 pazienti. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che già da ottobre era evidente la crescita esponenziale e il numero dei ricoverati cresceva ogni giorno, creando una sorta di imbuto: per fare un esempio, nella settimana dal 18 al 25 ottobre, a fronte di 114 pazienti ricoverati, ne sono stati dimessi 38. è evidente il divario che porta alla saturazione dei reparti. Anche il 5% di ricoverati su un numero generale alto mette in crisi il sistema: la mortalità è bassa, ma se questi pazienti non venissero trattati (al momento circa il 30% dei ricoverati fa ventilazione) perirebbero in un numero molto più elevato, questo deve essere chiaro».

Adesso, con 144 letti Covid e venti di terapia intensiva, qual è la situazione?

«I letti sono sempre pieni, le dimissioni a fatica pareggiano i nuovi arrivi. Siamo in una fase di plateau, pertanto se la curva dei contagi non si flette rischiamo di andare in seria difficoltà. Vorrei precisare che le dimissioni di questi pazienti sono difficili, si tratta, soprattutto nelle forme gravi di pazienti complessi spesso con altre patologie, che richiedono una degenza mediamente lunga. Nel mese di ottobre sono stati ricoverati 263 pazienti, dal primo al 15 novembre 158».

Perché non è possibile aumentare i pazienti assistiti?

«Questo non avviene per la mancanza fisica dei posti letto, ma per quella di personale medico e infermieristico. Per onestà devo dire che l'azienda non ci ha mai negato il supporto, mettendoci a disposizione tutti i medici disponibili nelle graduatorie, bandendo concorsi e attivando contratti libero professionali. Il problema è che non ce ne sono, complice una disparità tra laureati e borse di studio per le specializzazioni che metterà in grave crisi tutto il sistema nei prossimi anni, anche senza Covid».

Oggi al "San Giuseppe" come possono dialogare i pazienti dall'interno con i familiari? Sono sempre attivi i tablet?

«Qui tocchiamo una nota dolente: purtroppo i dispositivi che ci erano stati donati nella prima fase si sono rotti, giovedì 18 novembre ne abbiamo acquistati di nuovi per far dialogare i pazienti più anziani con i familiari. Quelli più giovani usano il telefonino, ma i dispositivi servono anche per mettere in contatto i pazienti con gli psicologi, che credo possano avere un ruolo fondamentale in questi reparti, dove il paziente non può ricevere visite e si trova ad affrontare da solo la paura e la solitudine».

Se dimissioni e ingressi si pareggiano, qual è la via di uscita?

«Dobbiamo augurarci che i ricoveri comincino a calare per cominciare a vedere un po' di luce. Confidiamo anche nei vaccini e nella terapia con gli anticorpi monoclonali, ma per adesso bisogna tenere duro e combattere ogni giorno con quello che abbiamo. So che può apparire scontato, ma non ringraziare tutti i medici e gli infermieri dell'ospedale, anche quelli che abitualmente operano in altre discipline, sarebbe imperdonabile: se si esce da questa situazione sarà con il contributo di tutti». —
 

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