Slot, la scelta di una barista: «Mai quelle macchinette dopo avere salvato una donna»

Fucecchio, Vittoria Pellegrini ha il bar senza macchinette, dopo aver salvato una donna dal tentato suicidio

FUCECCHIO. Per decidere di non installare le slot nella propria attività può bastare assistere ad una scena, che ti sconvolge la vita e ti lascia impietrita e senza parole. Succede così che – quando decidi di (ri)aprire il tuo bar, che prima era di tuo padre – le slot non ci saranno mai, perché quelle scene alle quali hai assistito non le puoi tollerare.

Il database, scopri quanto si gioca nel tuo comune



IL DRAMMA CHE TI SEGNA

Vittoria Pellegrini, fucecchiese di Galleno, all’estremo confine della provincia fiorentina e a pochi passi da quella pisana, pistoiese e lucchese, nella sua vita ha fatto la volontaria per la Misericordia e spesso si è trovata in situazioni che ti segnano nell’anima. In una di queste situazioni, il protagonista del dramma è stato proprio il gioco d’azzardo: «Ho sempre fatto volontariato attivo – racconta – per cui quando sei sull’ambulanza capita spesso di trovarsi in situazioni a dir poco spiacevoli. Una, però, mi ha lasciata profondamente scossa. Arriviamo in una casa, dove una donna aveva appena ingerito una grossa quantità di farmaci. Era chiaro il tentativo di suicidio».

Slot, il tabaccaio che le ha tolte: "Meno entrate, ma orgoglioso e felice di quella scelta"



STIPENDIO GIOCATO ALLE SLOT

Altrettanto chiara la ragione del gesto: «Aveva provato a togliersi la vita dopo aver saputo che il marito si era giocato tutto lo stipendio nelle slot machine. In quei momenti non ti soffermi a pensare, perché ti devi occupare di svolgere il tuo compito: devi soccorrere le persone, poi però torni a casa, ci rifletti e capisci che quello che hai visto non lo vuoi vedere mai più». Nel caso di Vittoria le immagini che non se ne vogliono andare sono «un marito quasi “stordito”, inebetito da quella scena: può finire anche con un’aggressione, dalle conseguenze inimmaginabili. Chi fa volontariato sa di cosa parlo, non sono situazioni purtroppo eccezionali”. Così, aiutando gli altri in maniera volontaria, Vittoria Pellegrini ha deciso di aiutare il prossimo anche con la prevenzione, nel senso che non installando le slot non ha “messo in tentazione” gli avventori del suo “Bar Mondiale”.



BILIARDINO AL POSTO DELLE SLOT MACHINE

L’episodio raccontato da Vittoria – che nel frattempo ha aperto anche un negozio di alimentari e un affittacamere, accanto al bar – è avvenuto qualche mese prima rispetto a quando – a fine 2014 – decise di riprendere in mano l’attività alla quale il padre (mancato poco dopo) teneva tantissimo. Oggi, in quel bar, al posto delle slot c’è il biliardino: «Lì i bambini possono giocare quanto vogliono, perché è gratuito. La mia clientela è fatta di famiglie, avere le slot sarebbe stato un controsenso. E poi è molto più bello vederci i bambini che si divertono a festeggiare il compleanno, ad esempio». Questo, nonostante la donna abbia ricevuto tantissimi inviti ad installare le macchinette: «Me le hanno proposte a più riprese, c’è stato anche chi mi ha detto che un bar senza le slot è fuori dal tempo. Da una parte capisco anche chi non ci rinuncia perché le slot garantiscono l’affitto, ad esempio, ma io ho intenzione di continuare sulla mia strada».

IL PRETE ANTI-GIOCO

Slot, la battaglia di don Armando Zappolini: "Migliaia di vite rovinate e lo Stato è complice"



La storia di Vittoria Pellegrini si potrebbe intrecciare con quella di don Armando Zappolini, parroco di Perignano (Lari- Casciana Terme) impegnato nella lotta contro le ludopatie, essendo a capo del coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca), che in Italia gestisce più di 200 strutture dedicate al sostegno delle persone affette da ludopatia. Un prete che si potrebbe definire “in trincea”, dove il nemico non sono i soldati avversari ma lo schermo mille luci, mangia-soldi, che crea miseria (e dipendenza).

«Davanti a certe situazioni – racconta don Armando - personalmente mi domando come posso incrociare il disagio di chi ho di fronte, come posso fargli capire che così sta buttando via la sua vita, mi domando se questa cosa è diventata una patologia per la sua solitudine, perché magari nessuno ha incrociato i suoi problemi. Mi domando innanzitutto cosa potrei fare io per aiutarlo, oltre a sussurrargli magari qualche parola buona all’orecchio perché possa staccarsi da quella macchinetta infernale e giocarsi meglio la sua vita». Insomma, - è la conclusione semplice di don Zappolini - per combattere la ludopatia bisogna prima di tutto combattere la solitudine che a questa dipendenza conduce.