Amianto, l’ultima beffa agli ex vetrai la Cassazione ne condanna altri 15

Dovranno restituire i benefici previdenziali che erano stati riconosciuti in passato per i rischi sul lavoro Uno di loro perde addirittura la pensione e non rientra tra gli esodati. La Cgil: «Serve un decreto ad hoc»

EMPOLI. Dopo una vita trascorsa in vetreria, a contatto con l’amianto che nel frattempo ha già ucciso migliaia di suoi colleghi, un tribunale gli riconosce un bonus previdenziale di cinque anni. Ha rischiato la vita sul lavoro ed è giusto che lo Stato riconosca questo rischio. E allora tre anni fa, con trentacinque anni di contributi, va in pensione. Lo ha detto un tribunale, la legge è legge. O almeno è ciò che avrà pensato lui.

Un pensiero liberatorio, legittimo, ma che non tiene conto di tutto. Insomma, la legge è legge, ma il giudizio è composto di tre gradi. E nel frattempo può accadere che l’indirizzo cambi e che la certezza dei bilanci dello Stato – come prescrive un decreto del presidente della Repubblica del 1970 - prenda il sopravvento sul giusto risarcimento per un operaio che ha rischiato la vita sul lavoro. E allora cosa succede?

Succede che la Cassazione blocca tutto, gli sospende la pensione e gli impone di restituire indietro gli assegni percepiti negli ultimi tre anni. Così quel lavoratore, la cui età è già avanzata, di anni di contributi torna ad averne trentacinque e non più quaranta. Che poi, in ogni caso, non basterebbero più perché la riforma Fornero ha innalzato l’età pensionabile e adesso i requisiti sono di quarantadue anni e mezzo. Non c’è niente da fare. Quell’ex vetraio non rientra nemmeno nelle tutele garantite agli esodati, come accaduto invece ad altri suoi colleghi nelle medesime condizioni. Altri sì e lui no, miracoli della burocrazia giudiziaria. Non rimane che arrangiarsi, stringere i denti e cercare di cavarsi da una situazione assurda.

Ma senza cercare scappatoie, come ad esempio lasciarsi morire, perché in quel caso il suo debito ricadrebbe sugli eredi. Il caso è limite, ma non si tratta di un’eccezione. E’ solo il primo uomo di una fanteria mandata al macello. E quello a cui, come accade nei film di guerra, si spara per primo. Dietro di lui ci sono altri ottanta suoi ex colleghi che dal primo novembre prossimo dovranno cominciare a restituire quanto finora percepito sotto forma di bonus inizialmente riconosciuto in virtù del rischio corso sul lavoro. Pochi giorni fa c’è stata l’ultima sentenza della Cassazione, che ha messo la parola fine su una vicenda che ha dell’incredibile.

Gli ultimi 15 ex vetrai, tra cui anche l’uomo di cui sopra, sono stati condannati a ripagare l’Inps. L’istituto di previdenza adesso dovrà comunicare gli indebiti da restituire. «Siamo di fronte ad un’ingiustizia colossale – attacca Paolo Grasso dell’Inca Cgil – dei 400 ex operai che dalla metà degli anni Novanta hanno cominciato a far ricorso per chiedere un riconoscimento economico o previdenziale al rischio corso per aver lavorato a contatto con l’amianto, poco più di 300 adesso stanno giustamente godendo di questi benefici. Mentre altri ottanta, che poi sono gli ultimi ad aver fatto richiesta, si ritrovano non solo senza questi bonus, ma anche nell’obbligo di dover restituire quanto inizialmente accordato. In tutto temiamo che il risarcimento si aggiri sul milione di euro».

Tra i primi e i secondi c’è solo un problema di tempo. I trecento avevano già la sentenza passata in giudicato nel 2005, quando l’Inps cominciò ad opporsi al riconoscimento dei benefici. Gli ottanta no e hanno pagato per tutti. La battaglia legale adesso è chiusa e difficilmente potrà essere riaperta. Anche se il sindacato, che in tutti questi anni ha seguito la vicenda, ancora non si rassegna e si appella alla politica, l’unica in grado di “lavare l’onta”. «Lanciamo un appello alla politica – conclude Grasso – perché includa nella prossima legge di Stabilità, che a breve sarà varata, un decreto ad hoc. Chiediamo che almeno venga cancellato il debito di questi lavoratori o quanto meno che questo non ricada sulle spalle degli eredi».

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