L'epigrafe scomparsa ricordava il teatro di Ippolito e Pietro Neri

Demolito nel 1818, quando fu costruito un edificio nuovo Empoli, grazie ai due fratelli, ebbe autori e compagnie famosi

EMPOLI. Cominciammo nel gennaio del 2007, e le chiamammo allora le memorie di pietra. Con tanto di testatina, ad ammonire che si sarebbe trattato di una lunga serie. Non eravamo i primi e ben lo sapevamo. Il nostro primo punto di riferimento fu il mitico Olinto Pogni, canonico empolese, autore di un compendio sulle epigrafi cittadine, ormai superato dai tempi ma certamente utilissimo e meritorio. E lo dicemmo subito. Ma la nostra intenzione era di proporre un lungo viaggio alla scoperta della città più nascosta, anche perché dagli anni del Pogni (era il 1910) di lapidi in città tante ne erano arrivate e tante erano scomparse. Rileggetele, quelle memorie, e troverete che il nostro viaggio cominciò da piazza Farinata degli Uberti, con la sua straordinaria fontana e i suoi loggiati. Le uscite non le abbiamo contate, ma sono state diverse decine, pubblicate negli anni e con pazienza, oggi tutte naturalmente on line, come si conviene. Debitamente datate e sottoscritte.

Alla fine, un errore lo abbiamo fatto: non le abbiamo raccolte e stampate in un libretto, come va di moda ora. Ci penseremo per il futuro. Solo l'amico avvocato e storico Giuliano Lastraioli ha pensato a quella nostra serie, menzionandola in una sua recente recensione apparsa sul sito “Della Storia d'Empoli”, e, con la sua consueta attenzione e la sua non comune onestà intellettuale, ha provveduto a segnalare la mancanza. Di questo, lo ringraziamo pubblicamente. Siccome siamo perseveranti, senza alcuna pretesa, ma consapevoli di ciò che ci circonda, noi continuiamo con la nostra opera di presentazione delle epigrafi empolesi.

Stavolta ne affrontiamo una che nessuno di noi ha mai visto. Ce la ricordava Emilio Mancini quasi un secolo fa sulla miscellanea storica della Valdelsa in un saggio dal titolo “Filodrammatici empolesi nel Settecento”. Naturalmente, il Pogni fu puntuale come sempre, e descrisse il tutto con dovizia di particolari. «Il dottor Ippolito Neri, autore di commedie più che medico, invitò più volte l'eruditissimo - come scrive il Mancini - bibliotecario dei Medici, Antonio Magliabechi». «Ora è il tempo - gli scriveva - se V. S. Ill.ma vuol favorirmi di venire a vedere il mio Teatro, sentirvi una mia opera, e onorare la mia casa senza cerimonie, come siamo di patti. Martedì si farà la prima recita, giovedì la seconda e domenica la terza. Non manchi di grazie perché stimo più lei a venire a sentir questa commedia, che se venisse tutto il mondo insieme». E nonostante la copia grandissima degli ammalati, il Neri trovava modo di far delle scappate in calesse alla villa di Pratolino, dove il cardinale Francesco dei Medici dava spettacoli teatrali con sfarzo principesco.

Nel teatro empolese, che Ippolito Neri e suo fratello Pietro, nel 1691 avevano costruito a proprie spese cedendolo poi all'Accademia degl'Impazienti che in quel medesimo tempo essi fondarono, passarono i più grandi autori e compagnie dell'epoca. «Il gran principe Ferdinando, - proseguiva Mancini - era morto nel 1713, dopo una vita gaudente e dissoluta, in continuo contrasto col padre … eterno (com'egli soleva chiamare Cosimo III), spassandosela al Poggio a Caiano, Trianon mediceo, tra i lazzi dei comici istrioni, o alla Pergola tra le procaci bellezze delle virtuose. Egli è appunto quel "Germe real Fernando inclito e degno" al quale, come a gloria e splendore del tosco cielo, Ippolito Neri dedicò il suo eroicomico poema 'La presa di Samminiato'. La vita del dott. Ippolito Neri come il suo capolavoro ci danno indubbie testimonianze dell'inclinazione e della passione degli empolesi per l'arte scenica». L'iscrizione che commentiamo scomparve nel 1818, quando fu demolito il vecchio teatro per costruirne uno nuovo nello stesso luogo, su disegno dell'architetto fiorentino Luigi Digny e a spese dell'Accademia, che sin dal 1710 si denominò dei Gelosi Impazienti. Oggi, purtroppo, anche dell'antico teatro niente rimane. Fu demolito nel 1945, dopo che l'anno prima, nell'ultimo mese di guerra era stato devastato dal crollo del vicino campanile della chiesa di Santo Stefano degli Agostiniani. Al suo posto, fu costruito il cinema La Perla. Ma questa è un'altra storia.

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