Augusto Pellegrini il chirurgo luminare degli arti artificiali

Un mutilato con le protesi immaginate da Pellegrini

 FUCECCHIO. Per la maggioranza dei fucecchiesi, è un illustre sconosciuto. Per Chiari, comune di diciottomila abitanti in provincia di Brescia, invece, è un luminare. Tanto è vero che il 10 maggio del 2003 gli dedicò una giornata di studio. Parlo del professor Augusto Pellegrini, specializzato in chirurgia protesica, ma non solo. Collega e amico di un altro luminare, l'empolese (d'adozione) Giuliano Vanghetti.  Pellegrini nasce a Fucecchio il 26 giugno 1877 da Enrichetta Mariotti e Giovanni. Possidenti. Sono proprietari, tra l'altro, della Torre di Castruccio, che i tedeschi faranno saltare nell'estate del 1944, e di terreni irrigati dal Rio di Fucecchio. E' studente modello. All'Università di Firenze, sceglie medicina. Dopo la laurea (1903), frequenta corsi di perfezionamento. Lo troviamo a Firenze, in Oltrarno, a seguire il pronto soccorso chirurgico. Nel 1906, è chiamato a coprire, da interino, il posto di chirurgo primario negli Ospedali riuniti di Città di Castello. Nello stesso anno, vince il concorso di direttore dell'ospedale di Marradi. Ed è qui - riferiscono i biografi - che mostra capacità organizzative. Rinnova l'ospedale sul piano tecnico e rimette a posto i conti.  Nel 1907, è anche assistente nella Clinica di chirurgia generale di Firenze. Tre anni dopo, ottiene la libera docenza in medicina operatoria. L'epidemia di colera, che dura un anno (1910-1911), lo porta a proporre che le strutture d'isolamento, approntate dai Comuni e dalle Congregazioni di carità, vengano "conservate in attività anche in condizioni di normale salute pubblica". Nel 1913, è responsabile del corso di medicina operatoria e direttore della Clinica chirurgica dell'Università di Perugia. Il 1913 è anche l'anno in cui vince il concorso di primario chirurgo e direttore dell'ospedale "Mellino Mellini" di Chiari, dove rimarrà per quarant'anni. Forte dell'esperienza di Marradi, fa del nosocomio lombardo una struttura moderna, capace d'attrarre pazienti anche dal Bergamasco.  Durante, la prima guerra mondiale, oltre a impegnarsi in una struttura mobile, organizza, al "Mellini", un reparto per l'applicazione di arti artificiali, secondo il metodo di Giuliano Vanghetti. I mutilati arrivano a centinaia dal fronte. L'ospedale diventa una struttura importante con duecentocinquanta posti letto. Al termine del conflitto, riceve medaglie di bronzo e d'argento per meriti della sanità pubblica e la croce al merito di guerra. E' instancabile. Ma non sempre apprezzato. C'è chi, geloso, l'osteggia. Comunque, va avanti per la sua strada. Applica su vasta scala la teoria di Giuliano Vanghetti sulle protesi artificiali, apportando innovazioni. Si avvale di un artigiano di Brescia, certo Zurlini, che riesce a produrre i meccanismi come da lui voluti. Nel 1919, è a Parigi, mandato dalla Croce Rossa, per presentare le sue ricerche sugli arti artificiali alla Società di chirurgia. Non fa passare occasione per difendere la primazia del metodo Vanghetti. Tra l'altro, lo fa, con determinazione, di fronte alle pretese - ingiustificate - del chirurgo tedesco Ferdinand Sauerbruch.  Cura l'ossificazione traumatica del legamento collaterale tibiale dell'articolazione del ginocchio (definita sindrome di Pellegrini), scoperta e descritta nel 1905. All'avanguardia, continua a sostenere il trattamento a caldo dell'appendicite acuta nelle prime 24-48 ore e, nell'impossibilità d'operare, attendere il raffreddamento. Scopre che numerosi casi di malattia, nel Bresciano, sono causati dal topo (Sodoku). Lascia l'ospedale di Chiari dopo quarant'anni d'attività intensa. Muore a 81 anni, nel 1958. Riccardo Cardellicchio    CON GIULIANO VANGHETTI Un'amicizia lunga 25 anni  L'amicizia e la collaborazione tra Augusto Pellegrini e Giuliano Vanghetti durarono almeno venticinque anni. Lo testimoniano le centinaia di lettere e cartoline conservate dalla Biblioteca comunale "Fucini" di Empoli. Vanghetti, nato a Greve in Chianti nel 1861, padre dei processi innovativi per gli arti amputati, in vita non ebbe mai un riconoscimento. Era considerato un medico pazzo. E lui non faceva niente per dimostrare il contrario. Vestiva in modo stravagante, usciva di casa soltanto il giovedì, giorno di mercato a Empoli e sperimentava le sue protesi sulle galline. Morì a Empoli nel 1940. Alla biblioteca, c'è il "Fondo Vanghetti", con le donazioni della figlia Flora.