Parrini: «Caro Renzi, smettila di fare il Gian Burrasca»

VINCI. Da una parte gli under 40 che tifano Matteo Renzi e Pippo Civati, dall'altra i meno giovani che ancora prendono sul serio Massimo D'Alema e Rosy Bindi, non vogliono sentire parlare di alternative a Pierluigi Bersani come candidato premier e tanto meno di rottamazione dell'attuale classe dirigente del Pd. E' lo schema attorno al quale si sta avvitando il dibattito interno al partito democratico nel bel mezzo dell'ennesima drammatica crisi del berlusconismo ma non è uno schema corretto. Non è vero che tra gli under 40 il sindaco di Firenze riceva soltanto applausi e sostegno. Un esempio? Basta ascoltare il primo cittadino di Vinci Dario Parrini. Pressocché coetaneo di Renzi (ha 37 anni, un paio più del collega), rieletto alla guida del Comune che ha dato i natali a Leonardo con oltre il sessanta per cento dei consensi, è considerato uno dei giovani di punta del Pd dell'Empolese Valdelsa, territorio dove il Partito democratico può vantare un peso elettorale con pochi eguali in tutta Italia. A lui l'auspicio pro rottamazione non va giù. Perché non le piace quello che sta dicendo Matteo Renzi? «Il Renzi di questi giorni non mi rappresenta e mi fa cadere le braccia. Conosco bene Matteo da quando sei anni fa lui iniziò a fare il presidente della Provincia di Firenze e io il sindaco di Vinci: ho presenti le sue doti e mi sta pure simpatico. Ma ultimamente da parte sua vedo tanto fumo e poco arrosto. E dir questo mi dispiace perché della sua passione c'è un gran bisogno. Ma qui ci serve un dirigente, non un Gian Burrasca». Non penserà mica che l'insofferenza per non dire l'irritazione nei confronti della classe dirigente nazionale del Partito democratico sia un'invenzione di Renzi? «Chi amministra non può limitarsi alla comunicazione e alle battute irriverenti. Deve dire come intende affrontare le preoccupazioni vere dei cittadini, in cima alle quali, ne sono certo, non c'è il dibattito sulla rottamazione dei vecchi leader. La gente si aspetta proposte concrete e riforme strutturali per cambiare un Paese strapieno di ingiustizie. Di scontri e scaramucce tra politici sono tutti stufi». Quindi lei critica anche quei tanti giovani dirigenti del Partito democratico che tifano per i vari Civati e Scalfarotto? «I giovani politici si facciano sentire sulle questioni fondamentali: lavoro e impresa, promozione del merito, lotta ai privilegi, legalità. Il precariato lavorativo dei trenta-quarantenni e le difficoltà economiche delle famiglie con redditi medi e bassi sono due emergenze. Queste sono le battaglie da affrontare. Chi cade nella trappola del teatrino mediatico fa un danno a se stesso, al Partito democratico e al nostro Paese». Allora, in concreto, cosa dovrebbero fare i giovani per cambiare il Partito democratico? «Le dico che cosa secondo me deve fare subito il Partito democratico. Deve dire dove e a chi si prendono le risorse per estendere gli ammortizzatori sociali, ridurre le tasse a chi lavora e produce e stimolare la competitività del nostro sistema economico. E deve affrontare a muso duro anche le altre vergogne italiane: l'umiliazione sistematica del merito, la pesantezza della burocrazia e la mancanza di trasparenza. Oggi in Italia quasi sempre avanzano non i più capaci ma i meglio piazzati; le procedure sono così contorte da incentivare l'illegalità invece di scoraggiarla; l'opacità dilaga. Bisogna contribuire a trasformare le cose sapendo che i privilegiati opporranno una resistenza accanita: nella scuola, nelle università, nel mondo della produzione, ovunque. Chi avrà il coraggio di combattere queste battaglie, indipendentemente dall'età anagrafica che ha, renderà un servizio all'Italia».

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