Massimo Bulleri, l’unico “Bullo” che si fa sempre amare:«Parietti ed Elmi i veri tesori di Cecina»

Cecinese doc, stella della grande Treviso, pilastro della nazionale e argento alle Olimpiadi di Atene, adesso allena Varese in serie A 

Quando su Whatsapp digiti Massimo Bulleri, non puoi fare a meno di notare una sfumatura: la foto del profilo. Una torta di compleanno griffata Pielle Livorno, con su scritto Forza PL! Un cordone ombelicale dal quale il “Bullo” - 43enne originario di Cecina ed oggi capo allenatore della Openjobmetis Varese in Serie A - non si è mai separato, facendo tesoro di un’adolescenza cestistica vissuta al Pala Poggetti e successivamente, dal ’90 al ’94, sul parquet del bunker di via Cecconi in maglia Pallacanestro Livorno.

Quattro anni intensi, durante i quali Bulleri cominciò a far parlare di sé su scala nazionale: una domenica di primavera, infatti, l’allora dirigente della PL Fabrizio Masini invitò Maurizio Gherardini, il collega della Benetton Treviso (impegnata la sera a Livorno con la prima squadra), ad una partita Allievi in via Cecconi. In campo, nonostante la giovane età, il Bullo già spiegava pallacanestro, tant’è che nell’estate del 1994, al termine di una finale nazionale Cadetti giocata proprio a Treviso, lo stesso Gherardini e Mike D’Antoni decisero di portarlo al Pala Verde.


Coach, conserva bei ricordi degli anni trascorsi al Basket Cecina e di quelli alla Pallacanestro Livorno?

«Belli, ma soprattutto indelebili e preziosi; su quei campi sono nate grandi amicizie con alcune figure chiave che mi hanno accompagnato per tutta la carriera e che lo fanno ancora oggi. Persone di una qualità superiore, merce rara nel mondo del basket moderno».

Le faccio tre nomi: Tosello Franceschini, Vladi Bruci e Luca Locci. Cosa le hanno lasciato in dote questi tre allenatori?

«L’amore ed il rispetto per la pallacanestro, oltre naturalmente agli aspetti meramente tecnici. Il trasferimento alla Pielle fu dettato dal fatto che in quegli anni la Pallacanestro Livorno era una società di riferimento sul territorio e anche su scala nazionale. Partecipava a campionati con maggiore visibilità rispetto al Basket Cecina, tant’è che, sotto la guida di Luca Locci, giocammo diverse edizioni delle finali nazionali, ivi compresa quella di Treviso che fu “decisiva” per il mio passaggio alla Benetton».

Secondo lei, quanto è realmente percepita l'assenza di Livorno nel grande basket?

«Parecchio, in entrambe le direzioni: a Livorno - da sempre - si vive per la pallacanestro, ma anche al campionato di Serie A una città come Livorno, anche solo per ciò che ha segnato negli anni ‘80/’90, manca eccome».

La scorsa estate la Libertas 1947 è tornata in Serie B, acquisendo il titolo dalla Stella Azzurra Roma, mentre la Pielle si giocherà la promozione sul campo. Pensa si possa ricreare il dualismo del passato?

«Razionalmente - peraltro in un’epoca storica assai delicata a causa del Covid - credo sia piuttosto difficile tornare ai vecchi fasti con addirittura due squadre nella massima serie. Forse un’unica realtà che rappresenti la città di Livorno sarebbe una soluzione alternativa. Ad ogni modo auguro ad entrambe di farcela, facendo il tifo per la Pielle per questioni affettive…».

Parlando di Serie B, da qualche anno il Basket Cecina lavora alla grande con i giovani. Pensa sia la scelta giusta per molti club del panorama cadetto?

«Il presidente Elio Parietti è innamorato del basket ed è lui, insieme al diesse Paolo Elmi, il principale artefice della qualità che esprime il basket a Cecina, territorio che dispone di un bacino importante e che, nel corso degli anni, ha prodotto fior di giocatori, in ultimo Lorenzo Caroti (attualmente playmaker, classe 1997, della Scaligera Verona, ndr)».

Cos’ha tramandato del “Bullo” giocatore nel Bulleri allenatore?

«La passione per questo gioco e l’orgoglio; credo che le due professioni, quella di giocatore e di allenatore, siano parallele. Molto diverse fra loro, ma con diversi punti di contatto».

Qual è stata l’emozione più bella della sua carriera da giocatore? E quale sogna di raggiungere da allenatore?

«Senza dubbio la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atene nel 2004. Da allenatore, dato che sono all’inizio del percorso, l’obiettivo è quello di affermarmi attraverso i migliori risultati possibili».

Le piacerebbe, un giorno, allenare la nazionale?

«L’azzurro, in qualunque ruolo, è il sogno di tutti coloro che vivono nel mondo della pallacanestro».

Torna spesso a Cecina? E’ legato alla sua terra?

«Tantissimo: mia moglie è di Cecina, le mie figlie sono nate a Cecina e quindi almeno l’estate la trascorriamo a casa».

Ultima domanda: quanto è difficile giocare e gestire questo periodo stravolto dalla pandemia?

«Si tratta sicuramente di una stagione di non semplice lettura e molto strana: non sai quando giochi, se giochi, quanti giocatori hai a disposizione e quanti ne avrà il tuo avversario. C’è tutta una serie di variabili incontrollabili che vanno al di fuori del piacere e della fortuna che abbiamo di svolgere una professione che amiamo. A mio modesto avviso servono delle riflessioni che, tuttavia, non spetta a me fare». —
 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi