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L'imprenditore Varo Macchi condannato per la maxi bancarotta

Varo Macchi

Bibbone, la Procura aveva chiesto una condanna più pesante: prosciolto per il reato di appropriazione indebita

BIBBONA. Si è concluso con una condanna a due anni e quattro mesi di reclusione per il reato di bancarotta documentale il processo di primo grado a carico di Varo MacchiJunior, arrestato nel 2015 per evasione fiscale, bancarotta fraudolenta, presentazione di documentazione falsa ed appropriazione indebita. Il terzo collegio penale di Livorno ha assolto Macchi dalle altre accuse fiscali, con la formula piena, perché il fatto non sussiste. E lo ha prosciolto, per intervenuta prescrizione del reato per l’appropriazione indebita.

L’imputato, assistito dall’avvocato Rolando Rossi del Foro di Pisa, era presente alla lettura del dispositivo. E si è lasciato andare a una reazione di sollievo, visto che la Procura aveva chiesto una condanna più pesante. Macchi è stato condannato a risarcire il danno arrecato ai creditori della procedura fallimentare con una provvisionale di trentamila euro.

Una storia che arriva da lontano, dal 2014 appunto. E che all’epoca suscitò grande scalpore a Cecina e Bibbona dove “l’ambasciatore”, con incarichi che gli erano stati affidati dalla Liberia, è molto conosciuto. Secondo l’accusa, Macchi avrebbe omesso di dichiarare al fisco 900.000 euro di stipendio ricevuto dallo stato liberiano in qualità di responsabile dell'ufficio marittimo della Repubblica della Liberia e distratto per esigenze del tutto personali ed estranee all'attività di impresa risorse finanziarie dalle società a lui riconducibili (Majora 2001Srl e 3M Immobiliare Sas).

Una gestione quella delle imprese riconducibili a Varo che aveva accumulato debiti per 13 milioni di euro fino al fallimento. Poi, proprio per evitare il crak della 3M Immobiliare, titolare del Varo Village di Marina di Bibbona, nel frattempo affidata a un curatore fallimentare, il diplomatico avrebbe cercato di accedere alla procedura del concordato preventivo ma in modo fraudolento, cioè producendo fatture e contabili bancarie risultate poi false.

L’inchiesta era partita da un accertamento fiscale nei confronti del cinquantenne cecinese che all’epoca ricopriva un incarico tecnico di responsabile dell'ufficio marittimo della Repubblica della Liberia. Cioè si occupava di riscuotere l'imposta per le imbarcazioni battenti bandiera liberiana in stazionamento nel porto livornese. Una vicenda che a Macchi è costata, oltre a un consistente patrimonio immobiliare e mobiliare familiare valutato almeno cinque milioni di euro, cinque mesi e venti giorni di arresti domiciliari. A mettere nei guai l’imprenditore fu la guardia di finanza che aveva messo gli occhi sui redditi percepiti da Macchi in qualità di tecnico responsabile dell'ufficio marittimo. Incarico per cui aveva percepito redditi di oltre 900 mila euro senza dichiararli al fisco perché ritenuti esenti. In realtà, questi redditi non beneficiavano di alcuna esenzione fiscale, stando alle accuse. Ambasciatori, consoli, agenti diplomatici esteri accreditati non avevano diritto ad alcuno sconto dal Fisco. Accuse che non hanno trovato riscontro durante il processo..

La difesa di Macchi non esclude di presentare ricorso in appello dopo la lettura delle motivazioni della sentenza il cui deposito è stato fissato a 90 giorni.

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