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"Spero che vi tronchiate le gambe". Cecinese condannato per le offese ai medici del pronto soccorso

L'ospedale di Cecina

Cecina: l'uomo aveva pubblicato tre post su Facebook (che riportiamo tra virgolette mantenendo il testo così com'era stato pubblicato) contestando un presunto disservizio. Ecco quanto dovrà pagare

CECINA. "Mio figlio a atteso guasi 5 ore per una radiografia l'unica fortuna è che ero a casa con il più piccolo altrimenti le radiografie aumentavano paghiamo per un servizio di m... l'Asl per me deve andare a fare i b...".
Era mezzanotte del 19 luglio 2019. Così il cecinese Marco Valori (di cui abbiamo riportato tra virgolette il post originale così com'era stato pubblicato, con gli errori dello scrivente) manifestava sulla sua pagina Facebook il proprio disappunto per la qualità del servizio sanitario del pronto soccorso dell'ospedale di via Montanara, dove il figlio era stato preso in carico poco prima. Il suo sfogo delirante continuava con altri due post pubblicati a distanza di pochi minuti. "Mi immagino quante lastre avevano da fare in 5 ore spero che gli tocchi la lastra al buco del c..., e alla fine per fare il gesso bisogna tornare domani mattina. Facce di m... coglioni e vagabondi dopo questo vi auguro di troncarvi le gambe e dovervi ingessare dopo una settimana, merde".E ancora: "Comunque per fare una lastra ci vogliono 5 minuti e ciò significa che in 5 ore avrebbero fatto 60 lastre che sanità di m... che abbiamo e poi gli ortopedici non sono reperibili braviii fave che non siete altro".

L'Asl ha deciso di non far finta di niente. Ha presentato querela e poi si è costituita parte civile. Valori è finito a processo al tribunale di Livorno con l'accusa di diffamazione continuata e aggravata (tramite social network), come previsto dall'articolo 595 del codice penale. Il pubblico ministero Niccolò Volpe ha chiesto una condanna a 4 mesi e 20 giorni di reclusione, mentre il suo difensore puntava all'assoluzione con formula di giustizia giocando la carta dello stato di rabbia dell'uomo previsto dall'articolo 599 del codice penale secondo cui "non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dall'articolo 595 (la diffamazione, ndr) nello stato d'ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso", e mettendo anche in dubbio la certezza che quei post li avesse davvero scritti il suo assistito. Il processo si è svolto con rito abbreviato lo scorso 17 settembre al tribunale di Livorno, dove Valori è stato dichiarato colpevole.La condanna, tenuto conto della personalità dell'imputato e del fatto che fosse totalmente incensurato, è stata stabilita al minimo edittale e poi ridotta per la scelta del rito abbreviato: Valori ha dovuto pagare 344 euro di multa oltre alle spese processuali, altri mille euro di risarcimento del danno di reputazione arrecato all'Asl, e le spese di lite calcolate in altri 1.345 euro, oltre all'Iva e alla cassa avvocati.Alla fine quei tre post su Facebook gli sono costati circa tremila euro, oltre due anni di beghe giudiziarie e una macchia su una fedina penale fino ad allora candida.

I FATTI
Gli incartamenti hanno permesso al giudice Ottavio Mosti anche di ricostruire l'episodio contestato da Valori, che secondo i referti dell'ospedale si è sviluppato in un arco di tre ore e non di cinque: l'accettazione in pronto soccorso è avvenuta alle 21.03 e la dimissione del paziente alle 00.11, mentre la richiesta di radiografia da parte del pronto soccorso è avvenuta alle 23.01, l'accettazione in Radiologia alle 23.16 e l'esame è stato eseguito alle 23.37.

NESSUN DISSERVIZIO
Il giudice ha escluso le previsioni dell'articolo 599 legate allo stato d'ira dovuto ad un fatto ingiusto."In nessun caso - scrive il giudice - il dilatarsi dell'attesa della prestazione diagnostica avrebbe potuto rappresentare un antefatto idoneo a sottrarre rilevanza penale allo sfogo diffamatorio o ad escludere la punibilità del suo autore ai sensi dell'articolo 599". "Da un lato infatti non vi è stata offerta la prova delle cause del presunto disservizio, necessaria affinché lo stesso possa assimilarsi ad un fatto ingiusto altrui. Dall'altro soprattutto mancherebbe la necessaria proporzionalità con lo stato d'ira dell'imputato e con l'entità della sua reazione, nella quale la censura all'operato dello specifico servizio sanitario è stata declinata in una serie gratuita di insulti".Il giudice non ha ritenuto neanche necessarie perizie sul computer per risalire all'identità dell'autore considerando che il figlio dell'imputato era stato ricoverato la sera della comparsa dei post. Né l'uomo, dopo quei post eventualmente scritti a sua insaputa da una mano terza, li aveva rimossi o smentiti.

IL DIRITTO DI CRITICA
Nessuno spazio anche all'ipotesi del diritto di critica: "Difetta infatti il requisito della continenza e della proporzionalità - scrive il giudice -. Frasi come "paghiamo un servizio di m..." presentano una carica offensiva che supera largamente i limiti della critica, sia pure aspra e che chiaramente eccede l'oggettiva rilevanza del denunciato episodio di malasanità".

LA REPUTAZIONE di ASL
C'è poi la questione della reputazione e dell'immagine dell'Asl. "La percezione dell'offesa da parte di una platea indeterminata di persone, alla quale è in sostanza rivolto lo specifico strumento comunicativo del social, è evento che può ragionevolmente presumersi e del quale si ha traccia nei commenti di chi ha letto lo sbotto del Valori" come quello in cui qualcuno scrive: "bisognerebbe che noi tutti ma proprio tutti in Italia smettessimo di pagare le tasse...".