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Esplode la voglia di mettersi in proprio. Nuove ditte: a Cecina sono il doppio delle chiusure

Sorpresa: in primavera a Cecina hanno aperto 49 aziende e cessato l’attività in 25. I dati nel resto della provincia

CECINA. C’eravamo immaginati che l’emergenza Covid sarebbe passata come uno schiacciasassi sul sistema delle imprese sterminando una galassia di piccole ditte: già avevano fatto fatica di fronte alla crisi importata nel 2008 da Oltre Atlantico, già erano in affanno per via delle difficoltà di rapporto con le banche e della minore propensione alla spesa da parte delle famiglie. Eppure negli ultimi mesi qualcosa è cambiato, anzi molto: un po’ come se avessimo avuto uno scossone talmente forte da essere quasi paragonabile a una ripartenza da dopoguerra.

Lo dicono i numeri messi nero su bianco dal centro studi della Camera di Commercio: nei tre mesi della scorsa primavera, ultimo dato disponibile a livello di singolo territorio municipale, a Cecina hanno chiuso 25 ditte e praticamente il doppio (49) hanno alzato per la prima volta la saracinesca. Idem a Collesalvetti (12 imprese uscite per sempre dalla scena ma quelle appena nate sono 23) e a Bibbona (con quattro chiusure più che compensate da otto aperture) .


La differenza è ancora più marcata in altri territori vicini. Ad esempio, Castagneto Carducci mette in vetrina 22 nuove ditte, due volte e mezzo quelle (nove) che hanno chiuso. Di più: tanto a Campiglia che a San Vincenzo le nuove aziende sono il triplo di quelle “defunte” (32 contro dieci nel primo caso, 15 contro cinque nel secondo). Fino a casi del tutto particolari all’Elba, dove forse più che altrove conta l’arrivo della stagione estiva: tre ditte cancellate e 16 appena avviate a Capoliveri, nove chiuse e 29 attivate a Portoferraio, una chiusa e sei aperte a Rio.

Ma è complessivamente in tutta la provincia che si registra questa voglia di metter siu una propria ditta. Anche a Livorno città si contano 202 nuove imprese a fronte di 109 ditte che chiudono. E se allarghiamo lo sguardo a tutta la provincia balza agli occhi il fatto che da aprile a giugno scorsi il numero delle imprese agli esordi (542) è più del doppio di quelle che invece tirano giù definitivamente la saracinesca (256) . E questo vale come una doppia sorpresa: da un lato, è il contrario di quanto accadeva negli anni precedenti con il numero di cessazioni quasi sempre superiore a quello delle aperture; dall’altro, è l’opposto di quanto ci si sarebbe immaginati di prim’acchito di fronte a una fase di tale incertezza.

In realtà, non è una novità dell’ultimo momento. Già nel periodo invernale da Capodanno a tutto marzo a Cecina l’arcipelago delle imprese iscritte all’anagrafe della Camera di Commercio era cresciuto a uno standard doppio rispetto alla media provinciale: 33 ditte in più rispetto a dodici mesi prima. Nessun altro Comune fra quelli targati Livorno ha un così alto saldo positivo, soprattutto fra quelli principali. A ciò si aggiunga che, fra le quattro grandi aree della nostra provincia, la Val di Cecina è l’unica che mostra un segno “più” come variazione tendenziale da ben tre trimestri (e mette a segno un risultato così positivo dopo che negli ultimi tre anni era sprofondato all’inferno: il terzo trimestre 2019, prima dell’era Covid e di tutti i guai connessi, era proprio il comprensorio Cecina-Rosignano e dintorni ad aver fatto registrare il peggior risultato di tutto quest’ultimo periodo) .

Dipende da cosa? Intanto, dal fatto che le nuove generazioni hanno capito che il sistema grande industria più pubblico impiego ce la fa sempre meno a garantir loro uno sbocco occupazionale. Risultato: dopo una lunghissima fase di lavoricchi precarissimi, ecco che forse c’è una spinta (obbligata) a tentare l’avventura di mettersi in proprio. Magari mettendo in gioco il tfr di un genitore o i risparmi della nonna, magari puntando ad aprire una attività legata alle proprie passioni (visto che la vecchia manualità da apprendista per imparare un mestiere sembra un binario morto).

Il capitale di partenza fiunora possono garantirlo lo stock di patrimonio familiare (in caso di attività di giovani alle prime armi) o la liquidazione (in caso di ultracinquantenni messi fuori dal ciclo produttivo e in difficoltà nel rientrarvi da dipendenti). Questo fin qui: ma la lunghissima crisi che ha stremato i risparmi di tante famiglie si sta mangiando anche i residui di quanto resta di quel che era stato accumulato dalle generazioni precedenti. È un “ammortizzatore familiare” a scadenza: presto, con l’assottigliamento delle pensioni, non ci sarà più nemmeno quello.

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