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Il virus, la paura, la speranza: «Ora torniamo a fare del bene»

Graziella Cappalli e Stefano Cesario con il giubbotto dell’Auser

Rosignano: marito e moglie ultrasettantenni, sono volontari dell’Auser. Da marzo hanno lottato col covid, ora sono a casa: «Vogliamo aiutare gli altri» 

ROSIGNANO. «Ora che siamo entrambi a casa cerchiamo di parlare della nostra esperienza di ammalati di Covid il meno possibile. Vogliamo superare questa brutta vicenda, lasciarla alle spalle, tornare il più presto possibile alla normalità» .

A dirlo Graziella Cappalli, 78 anni che con il marito Stefano Cesario di 76 anni, si è ammalata di Covid il 6 marzo scorso. E più precisamente “io il 6 marzo e mio marito pochi giorni dopo". Una vita passata insieme, sono sposati da oltre 50 anni, un figlio, Marco, entrambi volontari Auser da circa 12 anni. Finché non è sopraggiunto il virus che li ha divisi.


Graziella Cappalli è stata ricoverata nel reparto Covid di Cecina e poi trasferita a Piombino. Qui è rimasta quasi un mese fino alla dimissione avvenuta il 21 di aprile scorso. Stefano Cesario invece, dopo un primo ricovero sempre all’ospedale di Cecina, è stato trasferito a Livorno "prima al secondo padiglione - racconta - poi al nono. Infine sono stato ricoverato all’ospedale di Fivizzano per la riabilitazione. Sono stato dimesso il 29 aprile".

Un lungo calvario durato quasi due mesi. «Tutto è iniziato il 6 di marzo - racconta Graziella Cappalli - ero senza febbre ma ho avuto un malore dovuto ad uno scompenso cardiaco; sono stata portata al pronto soccorso di Cecina. Qui mi hanno fatto subito un tampone. Devo dire che all’inizio ero abbastanza tranquilla perché l’Auser, pochi giorni prima, aveva fatto eseguire un tampone a tutti i volontari ed ero risultata negativa. Dopo il tampone, risultato positivo, e vista la mia situazione di salute, i medici mi hanno immediatamente ricoverata nel reparto Covid. Devo dire che dei primi giorni non mi ricordo niente. So solo che ho avuto necessità di ossigeno».

Graziella continua: « Quando mi sono resa conto di ciò che stava accadendo non nego di aver avuto paura. Poi sono stata trasferita a Piombino e, man mano che stavo meglio, ho potuto mettermi in contatto con la famiglia e gli amici attraverso le telefonate fatte con il cellulare. Tutti i familiari, gli amici ed i conoscenti mi sono stati vicini e questo aiuta molto».

Il marito, invece, si è ammalato pochi giorni dopo "a differenza da me - prosegue la signora Graziella - lui ha avuto la febbre molto alta e problemi di respirazione sin da subito".

Dopo le prime cure a casa anche Stefano Cesario è stato portato al Pronto Soccorso di Cecina " anch’io dei primi momenti non mi ricordo più niente. Mi sono risvegliato che ero al secondo padiglione dell'ospedale di Livorno da dove poi sono stato trasferito al nono. La riabilitazione l’ho fatta all’ospedale di Fivizzano in alta Lunigiana. Sono stato molto in pensiero per mia moglie che ha problemi di salute fino a che non ci siamo potuti risentire per telefono". «No- dice Graziana Cappalli - il Covid non è una influenza. Chi lo sostiene non ha coscienza di ciò che sia questa malattia che, anche se superata, lascia stanchi e debilitati; non ha rispetto per gli atri. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere medici ed infermieri competenti che si sono prodigati per noi, sia a Cecina che a Livorno che a Fivizzano. Alla fine sono diventati quasi amici. Mi faceva tenerezza vederli lavorare con tute e caschi, tutti sudati eppure sempre carini e premurosi. Telefonavano almeno due volte al giorno a nostro figlio che era a casa per dare e ricevere notizie; per me era molto importante perché ero in pensiero sia per mio figlio Marco che per mia nuora Stella».

Anche loro con il Covid ma manifestatosi in maniera molto più leggera. No. Il Covid non è un’influenza: “quando siamo tornati a casa avevamo ancora necessità di essere aiutati. La malattia lascia debilitati. Ed anche adesso, dopo un mese e mezzo, non siamo ancora in forma".

Non sono nel pieno delle loro forze ma fremono per tornare quanto prima a fare volontariato all’Auser : «Io sono centralinista e mio marito autista», dice la signora Graziella "rientrare a fare volontariato vuol dire scacciare i pensieri di ciò che ci è accaduto, trovare gli amici che non ci hanno lasciati soli. Tante le telefonate che abbiamo ricevuto".

Anche Stefano Cesario è impaziente: "spero di rimettermi alla svelta - dice - perché ho bisogno, dopo aver ricevuto tanto bene, di riprendere a farne secondo le mie modeste possibilità". —

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