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Massacrato nei boschi di Cecina, 30 anni di processi senza verità: colpo di scena in Cassazione

Ernesto Fiumicello in lacrime con la sorella dopo l’assoluzione in primo grado

Sul corpo di Francesco Della Volpe furono trovati segni di una ventina di martellate. Per il delitto imputato il cognato della vittima che adesso tornerà di fronte ai giudici per la settima volta

CECINA. Dubbi, sospetti e una stanza di carte che raccontano due inchieste e cinque processi. Ma nessuna certezza. L’unica è che il prossimo primo luglio saranno passati trent’anni dalla mattina in cui, nel bosco di Casagiustri, tra Montescudaio e Cecina, venne ritrovato il corpo massacrato con una ventina di martellate di Francesco Della Volpe, muratore, 45 anni, originario di Aversa: due figli e una vita familiare tribolata, tanto che la moglie aveva chiesto la separazione perché esasperata dalla continue violenze domestiche del marito. I carabinieri, quel lunedì di un mondo lontano dove si fotografava in bianco e nero e i cellulari non esistevano o quasi, trovarono il cadavere in mezzo all’erba, la Golf Volkswagen verde della vittima parcheggiata col portabagagli aperto e le chiavi ancora nel cruscotto. Intorno tracce di sangue, un cappellino bianco e giallo e tre guanti da lavoro.

Da quel giorno la ricerca della verità è passata attraverso due procure e tre tribunali. Ma nonostante questo, ad oggi, su quello che è successo quella notte non c’è una certezza processuale e soprattutto nessun colpevole. Anche se dal primo istante tutti capirono che si era trattato di un delitto «di una violenza inaudita».


L’ultimo colpo di scena di un giallo che rischia di trasformarsi un corto circuito giudiziario lo ha scritto la Cassazione venerdì scorso. I giudici della suprema corte, infatti, hanno accolto il ricorso presentato dall’avvocato di Ernesto Fiumicello, 61 anni, nel 1991 cognato della vittima, condannato nel maggio dello scorso anno nell’appello bis a nove anni di carcere come «uno degli autori del delitto». Il risultato della sentenza, le cui motivazioni saranno depositate nei prossimi giorni, è l’annullamento della condanna e il rinvio – siamo alla terza volta – ai giudici della corte d’appello di Firenze. «Per come la vedo io – spiega l’avvocato Maurizio Milani, difensoredell’operatore socio sanitario oggi residente del casentino – il fascicolo adesso potrebbe finire addirittura a Genova. Il motivo? A Firenze ci sono due sezioni di appello ed entrambe hanno già valutato il caso». Tra l’altro prendendo decisioni opposte.

Ma per ricostruire il giallo è necessario tornare al 1991 quando la prima indagine dei carabinieri, dopo due anni di accertamenti finì nel nulla. Già allora però, venne ipotizzato il movente: «un omicidio per vendetta». Tanto che venne indagata (e poi archiviata) la moglie della vittima come mandante del delitto.

Per avere qualche certezza in più sono dovuti passare ventidue anni – siamo nel 2013 – quando la procura di Livorno riapre le indagini andando ad analizzare i reperti ritrovati vicino al cadavere. Da questi la dottoressa Isabella Spinetti riesce a isolare due profili di dna: “Ignoto 1” e “Ignoto 2”. I carabinieri del nucleo investigativo con i colleghi di Cecina riascoltano decine di testimoni, ricostruiscono la notte del 30 giugno 1991, quando Della Volpe viene attirato nel bosco con un tranello. Raccolgono anche un ricordo della sorella della vittima: «Mamma – confida Rosa Fiumicello ai militari il 26 febbraio 2013 – in punto di morte disse che se a uccidere Francesco fosse stata la moglie andava perdonata...». E spunta un’intercettazione tra la moglie della vittima e la sorella, in cui la seconda spiega che quella «notte dovevano dargli solo una lezione». Ma soprattutto gli inquirenti sottopongono una ventina di persone al tampone dal quale estrapolano altrettanti dna. «È comparando i profili genetici dei sospettati con “Ignoto 1” e “Ignoto 2” – si legge negli atti – che è stata trovata una corrispondenza con la sequenza genetica di Fiumicello», che all’inizio degli anni Novanta era «il primo cognato» della moglie vittima e per gli inquirenti sarebbe stato tenuto – secondo un codice d’onore non scritto – a vendicare la donna dalle continue violenze subite.

La conferma che il dna sia lo stesso di uno degli assassini – l’altro è rimasto senza nome – lo dicono anche le analisi dei Ris di Roma che riescono anche a collocare il decesso tra le 20 e le 24. Il 30 giugno 2015, ventiquattro anni dopo il delitto, i carabinieri si presentano nella piccola frazione di Ronta, nel Comune di Borgo San Lorenzo, e arrestano Fiumicello che nonostante gli indizi continua a dirsi innocente. I militari, oltre a notificargli l’ordinanza sistemano anche delle microspie nell’appartamento. È proprio durante una delle conversazioni con la compagna che il sessantaseienne si lascia sfuggire una frase che per la Procura ha il sapore della confessione: «Mi avessero fregato...100, 200, 300, no sono stato fregato in altre cose... perché prima di 24 anni fa c’avevo una certa testa, ora ho una altra testa e a me mi hanno fregato con un’altra testa, non quella di oggi. È così che mi trovo i carabinieri in casa e non vado a lavoro...». In primo grado l’imputato viene assolto, sentenza confermata in appello e poi rinviata dalla Cassazione all’appello bis dove arriva la condanna che venerdì è stata annullata. —



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