Il covid, i figli, il tatami e l’incarico al Coni. I segreti di Giulia Quintavalle: «Ho scelto Rosignano per i miei allievi»

L'atleta olimpionica a Pechino, si racconta: i consigli dei maestri, il brivido dell’oro, Londra e l’epilogo: «Cosa mi infastidisce di più? La scarsa attenzione per gli sport “minori”» 

ROSIGNANO. Pechino 2008. Lo scorso 13 aprile è stata eletta nel Consiglio Nazionale del Coni come rappresentante dei tecnici, dopo averne fatto parte nella categoria atleti. Altri quattro anni di mandato per lei, orgogliosa del nuovo successo. La foto che la ritrae sorridente con il presidente Malagò dopo la proclamazione, la dice tutta: “Una bella soddisfazione. Pronta per mettermi al servizio dello sport. Grazie a tutti coloro che mi hanno sostenuto, alla mia federazione, la fijlkam e ai consiglieri tecnici”. E’felicemente motivata Giulia. Oggi più che mai, dopo aver superato l’inevitabile quarantena causa Covid: “Nel mese di marzo mio figlio Leonardo è risultato positivo al Covid, lo ha preso a scuola, frequenta la seconda elementare. Ventuno giorni in casa è veramente dura”. La voce di Giulia è comprensibilmente affaticata. “Ho fatto soprattutto la mamma e la maestra da quando è scoppiata la pandemia. Oltre a Leo, c’è anche Zoe che ha quattro anni. Mi sono dedicata a loro”. «E adesso chiamatemi Primavalle! Fu il mio grido di vittoria. D’altronde me lo hanno sempre detto. Se vuoi diventare un’icona, devi salire sul gradino più alto del podio. Conta l’oro».

Da che età hai iniziato a sognare?


«A cinque anni ho iniziato a praticare judo insieme al mio gemello Michel, sulla scia del nostro fratello più grande Manuel. Ero tremenda da piccola, fu mia madre ad iscriverci al Kodokan, la palestra del maestro Renato Cantini, a Cecina. Da Rosignano, dove abitavamo, ci sono dieci minuti d’auto».

Hai praticato anche altri sport?

«Sì, ma il judo non l’ho mai abbandonato e mi ha preso del tutto. A 16 anni ero nel giro delle Nazionali. A 19 sono entrata nelle Fiamme Gialle e mi sono trasferita ad Ostia».

Quanto ti è pesato il distacco dalla famiglia? Chi ti ha aiutato nel tuo percorso di crescita?

«Oltre al maestro Cantini, devo molto a Giorgio Vismara e a sua moglie Jenny Gal, due ex atleti che mi hanno trattato come una figlia. Sono stati fondamentali per la mia crescita. Jenny mi portava in palestra in Slovenia. Con loro ho preso la patente per l’auto e ho fatto il vero salto di qualità dal punto di vista sportivo».

Quali erano i tuoi punti di forza?

«La tecnica. L’equilibrio. L’altezza. E poi la sensibilità: “sento” molto l’avversaria. Leggo il suo corpo, i suoi movimenti e questi mi ha sempre aiutato nella scelta della mossa da fare».

I difetti invece?

«A volte mi “addormentavo”, perdevo la lucidità. Potevo tanto, ma riuscivo anche a distruggere tanto allo stesso tempo».

I risultati di prestigio sono arrivati subito.

«Nel 2004 e nel 2005 sono stata campionessa italiana. Nel 2007 quinta ai Mondiali di Rio de Janeiro e ancora quinta agli Europei di Lisbona nel 2008, prima di Pechino. Le buone prestazioni internazionali mi hanno consentito di avere il pass per le Olimpiadi alle quali partecipano le prime 14 del ranking mondiale. E comunque, una sola per nazione è ammessa ai Giochi. Ed io sono partita per la Cina con il massimo della determinazione ».

Ci racconti l’esaltante cammino verso l’oro di Pechino?

«Per la prima gara il sorteggio mi aveva regalato la tedesca Boenisch campionessa olimpica uscente. Ma non mi sono spaventata, anzi. Mi sono caricata ulteriormente. Ero consapevole della mia forza. Prima di salire sul tatami ho detto “oggi ammazzo tutte”. Sapevo di essere forte, stavo bene. Ho vinto. Al turno successivo ho superato la Erdenet-Od Khishigbat, terza ai mondiali 2005, quindi la francese Barbara Harel».

E siamo alla semifinale.

« L'avversaria è Maria Pekli, bronzo a Sydney 2000. E’ stata dura. Ho avuto timore per un problema al braccio destro. La gara è stata interrotta per un po’. Ma non poteva certo fermarmi un gomito. Sono tornata sul tatami e ho vinto!».

11 agosto 2008. La finale contro l’olandese Gravenstijn, bronzo ad Atene 2004. Un’avversaria complicata.

«Prima della gara l’unico pensiero era rivolto all’oro. Dovevo e volevo vincere. Temevo l’olandese, anche se ai mondiali l’avevo battuta. Ma guardavo a me. Alla mia voglia di vincere. E ho condotto bene la gara».

A pochi secondi dalla fine, durante una pausa del combattimento, ti sei fatta il segno della croce.

«Credo in Dio, magari non sono una praticante modello, mi sono rivolta a lui. E poi in quel momento ho rivolto un pensiero anche a mio nonno Giovanni, volato in cielo nel 2003 e al quale ero molto legata».

La gara è finita. Sei campionessa olimpica.

«Una sensazione magnifica, indescrivibile. Ho fatto il gesto delle tre dita roteanti vicino all’orecchio, sono corsa verso l’allenatore e i compagni. Sul podio, durante l’inno nazionale, ho ballato. A 25 anni l’oro alla prima partecipazione olimpica e per la prima volta nella storia. La realtà ha superato anche il sogno».

Cosa ti ha dato quel successo e cosa ti ha tolto.

«L’oro conta. Ha dato visibilità a me e al Judo. Mi ha consentito di fare la portabandiera agli Europei di Baku nel 2015. Ma mi ha tolto anche molto a livello di serenità. All’inizio mi sono sentita soffocata. Non ero contenta, sul piano psicologico mi ha appesantito. Ci ho messo un po’ di tempo per tornare ai miei standard».

Cosa ti ha infastidito di più?

«La scarsa attenzione che in generale c’è per gli sport minori. Solo quando ci sono eventi così arrivano i flash e le telecamere. Tutto insieme, ma per poco tempo. Poi, ritorna l’ombra. Ma è anche vero che, con il tempo, affiorano gli aspetti positivi di quel successo».

Dopo Pechino c’è stata la grande impresa dell’oro a squadra agli Europei nel 2010.

«Un successo importante, anche in questo caso per la prima volta nella storia del judo femminile italiano. Per me poi sono arrivati anche altri risultati di prestigio, tanto da centrare ancora una volta la qualificazione alle Olimpiadi di Londra del 2012».

Dove, però, arrivi quinta.

«La “maledizione” del mio cognome (ride). Quella “condanna” che mi portò a Pechino ad urlare in quel modo dopo l’oro, ora chiamatemi “Primavalle”!».

Dopo Londra che cosa è successo?

«Ho pensato al ritiro. A settembre mi sarei sposata, stavo per diventare mamma. Non avevo più voglia. Ma c’era l’obbiettivo dell’Olimpiade in Brasile che mi tirava. Ci ho provato, ma intorno a me erano cambiate molte cose. Nel Judo non hai un allenatore per te, è della squadra. Non ho trovato quella complicità degli anni precedenti. Niente Rio. Ho fatto fatica ad accettare, ma non ho mollato. Ho retto fino ai 33 anni, poi ho detto basta>.

Che progetti avevi per il dopo carriera?

«Rimanere nell’ambiente come allenatrice. Credo che sia fondamentale per ogni disciplina l’apporto di esperienza e di competenza che possono dare gli ex atleti. Ma non c’è stata la possibilità».

Nel 2017 sei stata eletta nel Consiglio Nazionale del Coni.

«E per questo ringrazio Giovanni Malagò che ha voluto che mi candidassi. Il presidente ha sempre puntato sugli ex atleti».

E adesso hai altri quattro anni di impegno.

«Sono molto contenta della rielezione. Mi piace poter contribuire alla crescita dello sport in questa veste. E’ un’esperienza stimolante e formativa»

Sempre nel 2017 sei tornata nella tua cittadina natale.

«Ho lasciato Roma e adesso abito a Rosignano. Sono mamma due volte. Non appartengo più al gruppo sportivo, sono “finanziere”a tutti gli effetti e mi dedico ai ragazzi nella palestra di Cecina con il mio vecchio maestro Renato Cantini e con mio marito Orazio D’Allura, anche lui ex campione di judo con le Fiamme Gialle, oltre ad Andrea Falso, cresciuto con me e anche lui ex Fiamme Gialle e la sua compagna Mara Laici ex Nazionale che collaborano con noi». —

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