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Spaccio di cocaina nei boschi di Rosignano: condannati in cinque, sei anni al “regista”

Il blitz dei carabinieri nei boschi di Rosignano del luglio dello scorso anno che portò all’arresto di sette persone

Almeno dal 2015 hanno vissuto in tenda vendendo lo stupefacente in diverse postazioni a decine di ragazzi e ragazze. Dal Casotto a Pomaia: ecco i punti vendita sparsi sulle colline

ROSIGNANO. Sei punti vendita della cocaina sparsi in mezzo alla boscaglia tra Rosignano Marittimo, Castellina, Santa Luce e Pomaia. Almeno undici gli spacciatori che per anni, almeno dal 2015 in poi, hanno vissuto accampati all’interno di tende-rifugio. Sempre pronti, a qualsiasi ora del giorno e della notte, a rispondere alle richieste di decine e decine di ragazzi e ragazze. Unica condizione per essere ricevuti e serviti: prenotare e poi acquistare almeno un ventino di droga.

A distanza di nove mesi dal blitz dei carabinieri che ha portato a l’arresto di sette persone – gli indagati sono undici – accusate di detenzione ai fini di spaccio, il tribunale di Livorno ha partito una sentenza di condanna per cinque di questi. Altri due sono ancora latitanti, in quattro, invece, o hanno già definito l’applicazione della pena oppure la loro posizione sarà discussa a breve. Erradad Rida, considerato il regista del sistema è stato condannato a sei anni e dieci mesi di reclusione, Abduladar Taref, a un anno e due mesi, Bouchaib Jarmouni a tredici mesi, Marwan Largou a un anno e nove mesi, Abdellah Jarmouni a due anni e dieci mesi.


La ricostruzione

È nella requisitoria che ha preceduto la sentenza del giudice, che il pubblico ministero Niccolò Volpe, titolare del fascicolo, ha ricostruito sia il sistema dello spaccio che la rete dei clienti. «Il tema centrale di questo dibattimento – spiega – non è capire se gli imputati abbiano o meno svolto con costanza attività di spaccio di stupefacenti. Su questo la risposta è senza dubbio positiva. Il tema può essere solo in che misura l’abbiano svolta. Allora ci si potrebbe chiedere perché non abbiano definito tutti la loro posizione con riti alternativi. Il motivo principale sta nella tipologia di prove poste alla base della responsabilità dei soggetti imputati e in particolare nelle dichiarazioni degli assuntori». Qui c’è una differenza sostanziale emersa nel dibattimento tra due profili di consumatori: « Rispetto a questi vi è la legittima aspirazione difensiva che, a distanza di tempo, in qualche modo si rimangino quanto dichiarato in fase di indagini. Questo è accaduto anche in questo processo, almeno in parte. Sul punto vi è un dato che salta agli occhi. La ritrattazione è avvenuta per coloro che, ancora ad oggi, ancora al momento in cui sono stati sentiti a dibattimento, facevano uso di sostanze e quindi, avendo bisogno della fiducia degli spacciatori, non potevano permettersi di passare da “infami”. Non sono loro a decidere in questo caso, è la dipendenza da sostanze purtroppo a guidarne le azioni. Per quelli che invece, almeno temporaneamente, si sono presentati in dibattimento in una fase di remissione della dipendenza, non essendo presente questa problematica imminente, non vi è stata alcuna marcia indietro».

Il sistema

C’è poi la questione che riguarda il sistema di spaccio. E qui il pubblico ministero sottolinea. «Da precisare – dice – che quella oggetto del presente procedimento, pur non essendo un fenomeno criminale che assurge a livello di associazione, è un’attività di spaccio di natura comunque organizzata e svolta su media-larga scala». Poi aggiunge: «Rispetto al tema dell’organizzazione non può non rilevarsi come le varie postazioni osservavano ampi orari di “apertura al pubblico” giornalieri ed erano sempre fornite di cocaina da smerciare. Dunque, l’organizzazione sta nella capacità di far sì che i rifornimenti di cocaina da vendere arrivassero con costanza nel tempo. Su questo tema l’attività di indagine non è riuscita a far luce sui canali di approvvigionamento».

Il guadagno

Difficile quantificare il giro di affari complessivo dello spaccio nei boschi. Ma è possibile fare una stima attraverso due elementi. Il primo riguarda il denaro sequestrato durante il blitz dei carabinieri: 5.000 euro rivenuti nella postazione Casottino e altri 1.400 in possesso di uno degli spacciatori. Poi ci sono i racconti dei clienti. Una di loro, ad esempio, ha spiegato davanti al giudice «di aver buttato nella cocaina tra i tre e quattromila euro al mese. 


Dal Casotto a Pomaia: ecco i punti vendita sparsi sulle colline

Sei punti vendita, sei postazioni dove acquistare cocaina sulle colline intorno a Rosignano, a cavallo tra le province di Livorno e Pisa. Tutte più o meno vicine all’autostrada A12 per poter fuggire. È dagli atti del processo che ha portato a cinque condanne per spaccio di droga che emergono le postazioni dove per anni decine di consumatori si sono riforniti. Tre nel Comune di Rosignano Marittimo (Casotto/Casottino, Fontino e Le Lastre), una nel Comune di Castellina Marittima, denominata Paperopoli, in via del Commercio in direzione sud, un’altra a Santa Luce sempre su via del Commercio, in direzione nord denominata Pomaia e l’ultima a Montescudaio lungo la strada provinciale “ Dei 3 Comuni”. Tutte le postazioni sono caratterizzate per la vicinanza alla boscaglia e dalla conseguente riservatezza per gli acquirenti e facilità per gli spacciatori di eludere i controlli.

La capacità dell’organizzazione – è la ricostruzione – stava nella capacità di far sì che i rifornimenti di cocaina arrivassero con costanza nel tempo. «Sono cinque anni che esistono queste postazioni», ha spiegato al giudice del luogotenente Antimo Rollo, uno dei carabinieri che ha indagato per anni sul sistema di spaccio. —

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