A casa con il Covid a 92 anni: «Mai visitata da un medico»

L'esecuzione di un tampone (foto d'archivio)

San Vincezno, la protesta della figlia per il mancato supporto domiciliare da parte dell’Usca: «Oltre all’età è un soggetto fragile, oltretutto aveva una polmonite in atto»

SAN VINCENZO. Una solitudine totale per sei giorni. L’anziana madre positiva al Covid. La figlia in quarantena in un’altra casa, e che nel frattempo ha sviluppato il virus. Nel mezzo chi avrebbe dovuto prendere in carico il caso della donna di 92 anni, paziente fragile e con una polmonite in atto. Garantirle assistenza a domicilio, dove l’anziana si trovava in isolamento. La signora Lina Manganello dal 6 aprile è ricoverata nell’Area critica dell’ospedale di Cecina. La figlia Isabella Mancini, ex infermiera di 64 anni, si è trovata di fronte a un deserto. E non si dà pace. «Perché l’Unità speciale di continuità assistenziale (Usca, ndr) non è mai venuta ad assisterla a domicilio? – chiede –. Mia madre oltre all’età è un soggetto fragile, oltretutto aveva una polmonite in atto. Neppure nel mio caso ho mai ricevuto una visita, ma io ho sintomi lievi. Quanto accaduto può capitare anche ad altri. Ma la mia mamma per lo meno aveva una figlia che se ne è occupata». Che aggiunge: «La carenza di personale a un anno dallo scoppio della pandemia non giustifica l’accaduto. Lasciamo perdere che al 28 marzo, quando le è stato diagnosticato il virus, non era ancora vaccinata».

È il calendario a dare la dimensione del problema. Domenica 28 marzo alla signora Lina viene diagnosticato il Covid. Al Pronto soccorso di Cecina arriva a distanza di alcuni giorni dalla comparsa dei primi sintomi: tosse, naso chiuso, inappetenza. L’invio viene disposto dalla guardia medica, ha un indice di saturazione basso. Lo stesso giorno l’anziana viene rimandata in isolamento a casa. E il suo caso viene segnalato dall’ospedale all’Usca di Piombino e al medico curante. «Mia mamma vive con una badante 24 ore su 24 – dice Mancini –. Io e mio marito siamo in quarantena nella nostra abitazione, per cui mi sono tenuta in contatto telefonico con la badante». Che aggiunge: «Il 29 marzo vengo contattata dall’Usca. Mi tranquillizzano, ma da allora non abbiamo visto nessuno. Nel frattempo anche io ho sviluppato il Covid».


La rabbia per essersi trovati soli. «Nessuno è mai venuto da mia madre per valutarla o curarla. Mi sono preoccupata io di chiamare l’Usca una volta al giorno, e quando riuscivo a trovare un interlocutore dall’altro capo, per comunicare il parametro della saturazione». A sei giorni dall’isolamento a casa, il 3 aprile, dall’Usca chiamano la badante di mia madre. È la vigilia di Pasqua. «L’ho ricostruito facendomi dare il numero di telefono da cui è stata contattata. Sono le 19,35 quando riesco a parlare con un infermiere dell’Usca. Mi dice che mia madre va portata al Pronto soccorso perché ha un indice di saturazione basso. Chiedo che vengano a vederla, sono loro che devono chiamare il 118 dopo aver fatto la valutazione. Invece, mi rispondono che io devo chiamare il 118».

Data la situazione la signora Isabella chiama il 118. «L’operatore dice che non sono io che devo chiamare, deve farlo l’Usca. Comunque, alla fine arriva l’ambulanza. Mia mamma viene portata al Pronto soccorso di Cecina». A Pasqua squilla il telefono della signora Isabella. «Un medico eccezionale del Pronto soccorso chiede perché mia mamma è stata portata lì e se è stata valutata dall’Usca – afferma –. Il giorno di Pasquetta vengo ricontattata. Mia mamma è debole ma la situazione non è critica. Viene deciso di trasferirla alle Cure intermedie per pazienti Covid a Piombino. Poi tutto precipita e il 6 aprile viene portata a Cecina nell’Area critica». La signora Lina è ancora ricoverata. «Le viene fatta una ventilazione non invasiva, sembra che un pochino abbia reagito. Ma la situazione non è semplice». —

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