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L'inchiesta di San Vincenzo: soldi e Rolex sequestrati nella cassetta di sicurezza, i retroscena del giallo 

Fulvietto Pierangelini allo stabilimento balneare “Il Bucaniere” che gestisce a San Vincenzo

Le chiavi? Le aveva Fulvietto Pierangelini ma l’intestatario è l’ex tesoriere del Pd indagato per favoreggiamento. Ecco dubbi, certezze e ipotesi sulla provenienza del denaro 

Sospesi. Tra alcune certezze. Molti dubbi sulla provenienza. E un’infinità di ipotesi. Sono il tesoro, trecentomila euro in contanti e quattro Rolex, trovato e sequestrato il 9 marzo scorso in una cassetta di sicurezza della filiale di San Vincenzo della Banca di credito cooperativo durante le perquisizioni legate all’inchiesta con ventisei indagati che ha portato all’arresto per corruzione del sindaco Alessandro Massimo Bandini – che poi si è dimesso – e di due imprenditori. E oggi al centro di una serie di accertamenti che potrebbero aprire nuovi e inaspettati scenari nell’indagine.

Partiamo dalle certezze. La cassetta di sicurezza, aperta nel 2015, risulta intestata a Ivano Giannini, 74 anni, oggi pensionato, presidente della bocciofila, e soprattutto dal 2017 e fino a poche settimane fa, tesoriere del Pd.


Quando i finanzieri si sono presentati a casa sua contestandogli il reato di favoreggiamento per alcune dichiarazioni concordate con l’allora sindaco sull’area feste, gli hanno chiesto se avesse altri beni patrimoniali. È stato lo stesso Giannini, a quel punto, a dichiarare il possesso della cassetta. Ma quando il settantaquattrenne si è presentato con i militari in banca – confermano più fonti – è venuto fuori che non aveva la disponibilità delle chiavi. È qui che è entrata in scena la figura di Fulvietto Pierangelini, figlio dello chef stellato Fulvio. Giannini, infatti, ha chiamato proprio il titolare del bagno “Il Bucaniere” per aprire la cassetta di sicurezza. Ed ecco il primo dubbio da cui sono partiti i finanzieri. Perché consegnare le chiavi di una cassetta di sicurezza con 300mila euro a una terza persona?

Una prima risposta l’avrebbe data lo stesso Pierangelini spiegando che il contenuto fosse di sua proprietà. È per chiarire queste prime dichiarazioni che gli inquirenti lo hanno ascoltato a sommarie informazioni (non risulta dunque indagato) come testimone. C’è poi un’altra certezza documentale, oggi agli atti, e riguarda la richiesta di restituzione dei beni contenuti nella cassetta di sicurezza presentata dall’avvocato di Giannini, Giacomo Giribaldi, prima al pubblico ministero, che l’ha rigettata perché «sono in corso accertamenti». E poi al giudice Mario Profeta che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare.

Se questi sono i ruoli e gli accadimenti chiave, ecco che si arriva alle ipotesi. Partendo dall’assunto che tutto quel denaro – per adesso – non è stato giustificato né da Giannini né da Pierangelini. È proprio dal rapporto tra i due che gli investigatori hanno cominciato a risalire la corrente dei dubbi e dei possibili intrecci. E quello che emerso è che l’ex tesoriere e l’imprenditore siano legati da una vecchia e lunghissima conoscenza. E molto probabilmente di una fiducia reciproca. Il passo successivo è stato quello di verificare gli accessi alla cassetta di sicurezza. Insomma capire – dovrebbe esserci un registro degli ingressi – chi negli ultimi sei anni e con che frequenza ha avuto acceso alla cassaforte.

Due, a questo punto, le ricostruzioni che potrebbero spiegare la presenza di quel denaro contante, in cui i ruoli dei protagonisti potrebbero scambiarsi a seconda del punto di vista. La prima, legata all’inchiesta per corruzione che ha travolto la giunta Pd di San Vincenzo, imprenditori e dipendenti comunali, è che quei soldi possano essere il frutto di un sistema illecito – tutto da dimostrare – in cui Pierangelini si trasformerebbe nel capro espiatorio (se fosse dimostrata la provenienza illecita dei soldi si tratterebbe comunque di un reato) che teneva le chiavi. Ma perché farlo? Che cosa avrebbe ricevuto in cambio? Questo sempre che dietro la figura di Giannini – e anche su questo si sta indagando – non ci sia altro.

L’altra ipotesi ribalta, appunto, i ruoli. In questo caso l’ex tesoriere del Pd avrebbe aperto a suo nome la cassetta di sicurezza per fare un favore all’amico che al contrario – evidentemente – non poteva farlo. Lasciandogli le chiavi senza sapere che cosa contenesse. Ma ricordandosi della sua esistenza davanti ai finanzieri. E si torna sempre alla domanda della ricostruzione. Perché farlo? —



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