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Corruzione a San Vincenzo, il giallo del tesoriere del Pd: quattro Rolex e 300 mila euro nella cassetta di sicurezza

Ivano Giannini, 74 anni, dal 2017 a dieci giorni fa tesoriere del Pd e l’ex sindaco di San Vincenzo Massimo Bandini mentre il 9 marzo scorso viene scortato in auto da un finanziere dopo l’arresto

Nuovo filone dell'indagine, per un mese rimasta segreta. Soldi e orologi potrebbero essere del figlio di uno chef stellato e proprietario di un bagno

La mattina del 9 marzo scorso non è stato solo l’inizio di un terremoto giudiziario che ha sconvolto l’equilibrio politico di San Vincenzo. A cominciare dall’arresto per corruzione dell’allora sindaco Massimo Bandini (si è poi dimesso ndr) e di due imprenditori. E la caduta di quello che il giudice che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare definisce come un sistema «in spregio alle leggi». Dove il primo cittadino avrebbe gestito l’incarico pubblico «con disinvoltura e chiara permeabilità di interessi esterni». Si parla di incarichi, appalti. E molto altro, generando un clima di «alterazione delle regole».

Ma quella stessa mattina è cominciata anche un’altra indagine, imprevista prima di allora e rimasta per quasi un mese segreta. Al centro ci sono quattro Rolex e 300 mila euro in contanti trovati in una cassetta di sicurezza all’interno della filiale di San Vincenzo della Banca di Credito Cooperativo. È su questi soldi. E soprattutto sulla loro provenienza che il pubblico ministero Massimo Mannucci, che coordina l’indagine, ha chiesto di fare ulteriori accertamenti. Il sospetto – inutile girarci intorno – è che possa essere il tesoro segreto di quel sistema in cui politica, in particolare il Partito Democratico di cui Bandini era rappresentante, e imprenditoria, sono stati protagonisti per anni.


Come ammette Antonio Russo, ex assessore ai lavori pubblici in una intercettazione finita agli atti. «Qui – dice nell’ufficio del sindaco il 21 dicembre 2018 davanti a Lauro e David Dal Pont, titolari dell’omonima società di costruzioni di Venturina – bisogna fare un pochino quadrato, darsi una mano, perché poi la mano che ci viene data logicamente uno deve pensare anche a come ridarsela...Se vai a scompaginare delle cose che sono andate avanti, degli equilibri che sono andati avanti per 50 anni ormai».

Per capirne il perché di questa ipotesi è necessario fare un passo indietro. Il 9 marzo, infatti, finanzieri e colleghi della municipale si presentano a casa di una ventina di indagati per effettuare altrettante perquisizioni a caccia di documenti che possano confermare (o meno) le ipotesi di reato. Tra le persone a cui i militari suonano a casa c’è anche Ivano Giannini, 74 anni, tesoriere del Partito Democratico a San Vincenzo dal 16 giugno 2017, presidente della bocciofila e suocero di Dario Ginanneschi, capogruppo in consiglio comunale ed ex segretario dello stesso Pd. E anche lui indagato. Sul documento firmato dal giudice per le indagini preliminari – conferma il suo difensore, l’avvocato Giacomo Giribaldi – gli viene contestato (tenetelo a mente) il reato di favoreggiamento perché «avrebbe concordato con Bandini alcune dichiarazioni rese agli investigatori sull’area feste», una delle pratiche al centro dell’inchiesta.

Diverse fonti confermano che lo stesso Giannini quando i militari gli chiedono che tipo di beni mobili abbia intestati a suo nome, il settantaquattrenne spiega di essere titolare di una cassetta di sicurezza. Il passo successivo è quello di andare a vedere che cosa sia contenuto all’interno. E se questo possa avere un rilievo investigativo. È quando i finanzieri arrivano in banca e aprono quella cassetta che strabuzzano gli occhi scoprendo gli orologi e soprattutto i 300 mila euro in contanti. Da dove vengono? Com’è possibile che un pensionato abbia tutta questa disponibilità economica? Possibile che ci sia un nesso, un legame, tra le presunte irregolarità del sindaco e questo tesoro? Eccole le tre domande che portano gli investigatori a sequestrate tutto.

Una risposta – seppur parziale e tutta da verificare – arriva nelle ore successive quando dai finanzieri si presenta Fulvietto Pierangelini, figlio dello chef stellato Fulvio, e titolare del bagno Il Bucaniere. Ai militari avrebbe raccontato che quei soldi sono suoi. Possibile? E se sì da dove provengono? E perché metterli in una cassetta – aperta una decina di anni fa – intestata a un terza persona? L’imprenditore – che al momento non risulta indagato – nei giorni successivi è stato ascoltato dagli inquirenti a sommarie informazioni ma la sua deposizione oggi è coperta da segreto. Al telefono Pierangelini spiega: «Pur essendo estraneo ai fatti di questa vicenda mi è stato consigliato dai miei avvocati di non rilasciare dichiarazioni».

L’ultima mossa di questa partita a scacchi l’ha fatta l’avvocato Giribaldi chiedendo al pubblico ministero – che l’ha rigettata – la restituzione del denaro. «Sia la perquisizione che il successivo sequestro – dice – sono illegittimi. Sul documento, infatti, Giannini è indagato per favoreggiamento. Una contestazione che non sta in piedi visto che in tempi passati lo stesso risultava indagato per gli abusi all’area festa. Dunque è impossibile contestargli il favoreggiamento, al massimo il concorso. Ecco perché adesso ci siamo ricolti al giudice per la restituzione». E sulla provenienza dei soldi taglia corto. «Il possesso ingiustificato di valori – conclude – non è più reato dal 1996. Ecco perché deve essere la procura a dimostrare l’illiceità di quel denaro». Ed è proprio quello su cui gli investigatori stanno lavorando. —

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