Don Reno Pisaneschi dalla parte degli ultimi e dei malati: «Il Vangelo l’ho praticato in corsia»

Nel 2011 portò in piazza 4.000 cittadini in difesa dell’ospedale minacciato dai tagli. «La sanità disumana è una bestemmia». Presiede il comitato, ma si è ritirato dall’azione. «Leggo libri e celebro messa»

Ha 95 anni, ma si è preso un impegno. «Ci rivediamo quando ne fai 100», gli ha detto Papa Francesco durante un ricevimento in Santa Sede dell’ottobre 2018. E gli impegni, specialmente se presi con un Pontefice, vanno mantenuti. A dire il vero Reno Pisaneschi – per i cecinesi Don Reno – porta con la baldanza di un ragazzino le “primavere” che gli pesano sulle spalle. Anche se confessa che da un annetto ha abdicato, non esercitando più materialmente il suo ruolo di presidente del Coordinamento in difesa dell’ospedale, di cui tuttavia ne rimane a capo. «Sono stanco. Sono 18 anni di battaglie. Ora ci sono questi ragazzi che hanno preso il testimone. Stanno facendo un buon lavoro». È lui, per il Tirreno, il personaggio dell’ultimo decennio 2009-2019. Anche se il suo impegno dalla parte degli ultimi ha radici più lontane. Ci riceve nel suo studio, circondato da pile di libri. La barba ancora folta (un marchio di fabbrica), lo sguardo attento e vivace, gli occhi che - mentre parliamo - sembrano rincorrere un filo logico che mai è abbandonato.

Don Reno, c’è una frase che lei ha detto, che rispecchia un po’ la sua storia: Dio l’ho incontrato in corsia.


«Ho detto così? Non me lo ricordo, però è vero. Per me il malato è il Signore che mi chiede di essere disponibile, pronto a dare una mano al prossimo mio, che ha il suo volto. Il Vangelo di Giovanni inizia dicendo che il verbo si fece carne e venne ad abitare “in mezzo” a noi. Quindi anche i preti devono stare “in mezzo”, tra la gente. Ed io ho scelto gli ammalati

E’ stato cappellano dell’ospedale per 18 anni. Cosa ricorda?

«Sì. Ed è stata un’esperienza bellissima. Mi ha confortato, mi ha sospinto e mi ha sorretto. Ho seguito i malati al pronto soccorso, in sala operatoria, sul letto, li ho vestiti all’obitorio. Ho fatto di tutto. Da pulire le padelle, a rifare i letti e le cassette degli ammalati. Questo posso dire sia stato il vero sacerdozio, che mi ha portato a vivere concretamente il Vangelo».

Poi però l’ospedale di Cecina ha cominciato a subire una politica di tagli. E lei si è arrabbiato…

«Quello che mi ha spinto a scendere in piazza è stata la necessità di difendere l’ospedale per tutelare la salute dei pazienti. Ed in questa azione mi ha aiutato la collaborazione di infermieri e medici».

Il 22 ottobre del 2011 ha portato in piazza 4.000 persone dopo che, col suo comitato, aveva raccolto ben 17.000. Arringò la folla come una rockstar. Cosa voleva?

«Volevo un volto umano della sanità. Non una politica sanitaria che sfrutta i cittadini, con tasse e ticket, ma una sanità che fosse munifica, aperta alle necessità della gente».

Invece?

«Invece oggi mi chiedo e chiedo a chi ci governa: ma se al Pronto soccorso ci fosse vostra moglie o vostro figlio che si lamenta, mentre aspetta 3 ore prima di essere visitato, cosa fareste?

Ce l’ha con chi amministra la sanità locale? La Regione?

«Dico solo che questa disumanità in ospedale è una bestemmia vissuta. Questi signori, a cominciare dal presidente Rossi, dovrebbero fare un pellegrinaggio civico al vecchio ospedale di Pistoia dove si conservano le opere di Misericordia riprodotte dal Della Robbia».

Dopo questa manifestazione popolare cosa è cambiato?

«Abbiamo difeso l’ospedale, qualcosa è stato fatto. Ma oggi ci ritroviamo come prima. Il vecchio comitato non c’è più, ne è nato un altro di cui sono presidente, anche se in realtà operano tanti altri ragazzi che si danno da fare. C’è da lavorare».

Lei, però, ha avuto modo di contestare anche il progetto dell’ospedale unico

«Sì. E’ uno schifo, un insulto agli ammalati. Per curarmi devo fare 50 chilometri…»

L’Asl però sostiene che si muovono i medici, non i pazienti

«Ma come è possibile pensare ad un ospedale diviso in due. Se non ci sono servizi da una parte è chiaro che i pazienti devono spostarsi»

Nel 2018 lei ha fatto 70 anni di sacerdozio. Quali sono i momenti più belli che ricorda?

«Ho fatto per 9 anni il parroco in un paesino vicino a Colle Val d’Elsa. C’erano 500 parrocchiani e 5.000 bestie. Andavo nelle campagne a cercare la gente, a portare loro conforto. Anche se politicamente non la pensavamo allo stesso modo, però ci volevamo bene. C’era solidarietà, conforto. Quando nevicava spalavamo via la neve dalle strade, dalle case. Ho dei bei ricordi. Poi ci sono gli anni all’ospedale, di cui ho detto».

E l’insegnamento

«Sì. Ho insegnato religione per 30 anni all’istituto magistrale».

Con gli studenti che rapporto aveva?

«Mi divertivo. Ricordo che un giorno li ho portati tutti a pulire le case dei poveri».

L’anno scorso è stato dal Papa. Cosa conserva?

«Ci siamo abbracciati forte. Io ho pianto dalla gioia, dalla commozione. Mi ha detto: ci rivendiamo quando fai 100 anni».

Ha fatto anche il missionario...

«Un capitolo bellissimo e doloroso. Sono andato in Brasile quando morì mio fratello, nel 1952. Sono stato nelle favelas, abbiamo assistito centinaia di bambini di strada. La povertà si toccava con mano. E poi l’Amazzonia, gli Indios, un regno a sè».

Fra 5 anni deve tornare in Vaticano, mi raccomando. Come trascorre le sue giornate?

«Guarda te. Sono circondato da libri. Leggo molto (sulla scrivania due testi del pontefice). Anche questo (ci mostra un libro con i racconti di uno sciamano), parla dell’Amazzonia».

Celebra ancora messa?

«Ogni mattina».

Buon anno Reno.