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Nella villa distrutta dopo l’esplosione, il soccorritore: «Era l’inferno, urlavano 'moriamo'»

Bibbona, Dimitri Rossetti, cugino di Martina, abita nella casa accanto in via Ederle: «Ho visto un bagliore e il boato. Pensavo fosse deragliato un treno»

BIBBONA. Un bagliore, poi il boato e una pioggia di tegole che si schiantano a terra, lungo il giardino. Dimitri Rossetti, 38 anni, il giorno dopo il dramma di via Ederle guarda da sotto la tettoia del parcheggio le ferite che l’esplosione ha aperto lungo le pareti e sul tetto della villetta dove vivono la cugina Martina, il figlio di 13 anni e il compagno della donna, Giuliano Geri. La sera prima quando l’inferno di fumo ha invaso questo complesso di case basse alle spalle della stazione della California, nel Comune di Bibbona, il trentottenne era sul divano del suo appartamento, a una ventina di metri di distanza.

«All’inizio – ricorda – ho pensato che fosse deragliato un treno. Sono uscito di corsa così com’ero: con i calzini e i pantaloni corti e sono andato fuori. Appena arrivato davanti alla casa ho visto sul terrazzino il figlio di Martina, era in piedi, con lo sguardo nel vuoto e continuava a urlare: “Sono tutti morti, sono tutti morti”. Allora sono salito al secondo piano usando le scale esterne e gli ho detto di scendere, di andare via. Ma era sotto choc. Gli ho dovuto ripetere la stessa frase due o tre volte fino a che non è andato di sotto e ha chiamato i soccorsi».


Il viaggio del coraggio di Dimitri inizia pochi metri più avanti quando compie i primi passi dentro alle stanze mangiate dall’esplosione. «Era tutto buio – va avanti – e c’era un forte odore di gas e di bruciato. Per un attimo ho pensato: ora crolla tutto e muoio. Ma sono andato avanti, non so cosa mi sia scattato dentro, ho pensato che ormai non potevo più tornare indietro. A un certo punto mi sono trovato di fronte Martina: aveva i vestiti a brandelli ed era tutta nera in faccia. Mi ha detto: “Dammi una mano perché moriamo tutti”. Solo dopo mi sono accorto che teneva un manicotto dell’acqua e stava bagnando il pavimento, nella zona della cucina».

In mezzo alle macerie il compagno, direttore del supermercato Conad di Cecina, con il quale la donna convive da un paio d’anni. «Giuliano – va avanti Dimitri – non ce la faceva ad alzarsi da solo, era bloccato dai detriti e solo dopo ho capito che stava bruciando e per questo Martina continuava a bagnarlo. Ho provato a tirarlo fuori da solo, ma non riuscivo a vedere dove fosse. Quando gli ho afferrato il braccio per spostarlo mi è scivolato due o tre volte: “Non sento più le gambe – diceva – sto bruciando”. Per fortuna è arrivato il ragazzo che abita due case più in là. Aveva in mano il cellulare, ha acceso la torcia e a quel punto siamo riusciti ad orientarci e a portarlo fuori passando dal cucinotto».

L’ultima immagine che Dimitri ha stampato nei ricordi è l’arrivo dell’ambulanza e i soccorritori che salgono le scale per mettere Giuliano sulla barella. «Ho sfondato la porta con un vaso per farli passare», aggiunge. E da quel momento spera che quello che ha fatto sia servito a salvare la vita di Martina, Giuliano e Samuele.