Con le stoffe di mamma diventa stilista a Londra

Da Rosignano Solvay solo andata: la storia di Alessandra Rinaudo, 29 anni e una laurea al Dams. In Inghilterra s’è inventata il marchio Ale Ravalli

ROSIGNANO. La passione per la moda ce l'ha avuta sin da bambina. Per la ventinovenne Alessandra Rinaudo osservare la mamma che le preparava abiti su misura era come compiere ogni volta un viaggio tra i colori e i profumi dei più differenti tessuti. Ogni volta era un'occasione per sfoggiare con orgoglio un abito nuovo di fronte alle amiche. Ma allora tutto questo era solo un gioco. Negli anni la sua vita stava prendendo un'altra strada. Quella della fotografia.

Da Rosignano Solvay, dove ha vissuto tutta l'adolescenza (nonostante la famiglia sia di origini siciliane) dopo il liceo Fermi a Cecina si è trasferita a Bologna, dove si è laureata al Dams, e poi a Londra per studiare alla University of Arts. Fino a che la moda non ha bussato nuovamente alla sua porta. Con un'idea che aveva il sapore di una scommessa. La voglia di provare era tanta e così da qualche mese ha dato vita al suo marchio: Ale Ravalli. Lei è la stilista di ogni capo mentre è la mamma Concetta - che fa la sarta da quando aveva 12 anni - a confezionarli. Insieme, quando torna in Toscana, scelgono le stoffe. Terminata la fase di produzione, rientra a Londra per esportare i loro prodotti nei vari mercati della città, a Brick Lane come a Broadway Market e nei negozi che sposano la sua collezione.

Una collezione che parla siciliano. Che parte da Rosignano ma che vuole comunicare con una delle più grandi metropoli europee. Come ha deciso, con un master in fotografia conseguito alla University of arts di Londra, di dare vita ad un marchio di vestiti tutto suo?

«Era un progetto che avevo già in mente prima di terminare gli studi. Quello di collaborare con la mia mamma per creare una nostra linea di vestiti. Durante un workshop universitario ho poi avuto la fortuna di incontrare un esperto in fashion a cui è piaciuta molto la mia idea, tant'è che mi ha invitata al centro per cui lavora offrendosi di farmi da mentor. Un centro, finanziato in parte con fondi dell'Unione europea, che offre sostegno gratuito a coloro che vogliono dar vita a start-up».

Perché Ale Ravalli?

«Ho cercato di combinare insieme un cognome italiano, quello della mia nonna materna con un nome che in qualche modo lo alleggerisse. Vendendo in Inghilterra, era essenziale che fosse facile da pronunciare e da ricordare».

A quale pubblico si rivolgono i suoi capi? E soprattutto, a cosa si ispira per realizzarli?

«Si rivolgono ad un pubblico femminile maturo che vuole indossare vestiti di qualità e pezzi unici fatti a mano. Sono molto apprezzati soprattutto dalle donne orientali. Sono capi semplici e lineari, la maggior parte dei quali gonne pantalone e camicie, per i quali cerco di ispirarmi sia allo stile italiano classico e pulito che ai trends del momento della moda londinese. Per noi è fondamentale la qualità delle stoffe che scegliamo meticolosamente in Toscana, la maggior parte di seta, tutte naturali al 100%».

Cosa rappresenta per lei l'artigianato italiano?

«Credo sia una delle nostre tradizioni più forti, dove passione, dedizione e perfezione d'esecuzione si fondono insieme per la creazione di un manufatto. Recentemente sono stata assunta al Victoria and Albert Museum, il Museo dell'arte e dell'artigianato che ha una grande collezione di manufatti italiani e questo mi dà nuove idee per il mio progetto. Uno degli obiettivi della mia collezione è proprio quello di esportare l'artigianato italiano all'estero».

Facciamo un passo indietro. Da Rosignano a Londra: com'è nata l'idea di trasferirsi in una grande metropoli?

«Per inseguire un sogno, quello di frequentare un master in fotografia al London College of Communication. Dopo essermi laureata al Dams di Bologna nel 2011, di fatto, ho voluto da subito tentare questa strada. All'inizio ho fatto un corso intensivo di inglese dopodiché mi sono mossa per ottenere e vincere una borsa di studio. E ci sono riuscita. Nonostante però la mia specializzazione, ho sempre cercato di muovermi in più mondi diversi, di esprimere il mio modo di essere attraverso differenti linguaggi».

Crede che sarebbe stato possibile sviluppare il suo marchio in Italia?

«Non saprei, ma sinceramente non credo. In primis perché non avrei avuto il sostegno gratuito di un mentor che mi segue passo passo. E poi perché è Londra stessa che è di grande ispirazione per me, una città in cui passano ragazze da tutto il mondo, un luogo di ricerca dei maggior trends in fashion. Non nego però che mi piacerebbe riuscire a vendere anche in Italia. Nel frattempo comunque ho aperto un sito online attraverso il quale è possibile acquistare i miei vestiti».

Come si vede tra 10 anni?

«Spero di aver migliorato le mie capacità sartoriali e di aver raggiunto i livelli eccellenti di mia madre, di aver personalizzato sempre di più il mio stile. Vorrei poter vendere anche in altre capitali europee».

Un consiglio che darebbe ai ragazzi italiani che come lei hanno delle idee vincenti ma che faticano a concretizzarle. Come si comincia una nuova vita in una metropoli straniera?

«Il mio consiglio è quello di cercare da subito di conoscere persone con i tuoi stessi interessi. Di fare un corso di formazione o specializzazione, di andare ad incontri ed eventi. Iniziare da stage o tirocini per costruirti una tua rete di lavoro. E poi, ma direi e soprattutto, essere intraprendenti. Proporsi sempre e lanciarsi in ogni nuova occasione. Londra, ad esempio, è una città competitiva ma anche molto meritocratica, capace di darti grandi soddisfazioni».

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