Diagnosi errata: l’Asl di Livorno deve pagare

La causa è stata discussa alla sezione civile del tribunale di Livorno

Maxi risarcimento per lo sbaglio scoperto in ritardo, solo a distanza di tre anni. La donna aveva 38 anni, adesso ha metastasi diffuse

CECINA. Una vita sconvolta. A 38 anni scopre di avere un tumore al seno sinistro. Ma la diagnosi dei medici è errata. E dopo l’intervento chirurgico le somministrano una terapia incompleta. Accade nel 2006 all’ospedale di Livorno. Risultato: la ricaduta in pochi anni con metastasi a livello linfonodale, polmonare e osseo. Errore accertato dal tribunale di Livorno che condanna l’Azienda sanitaria a un maxi risarcimento, di oltre mezzo milione di euro. Sentenza che l’Asl 6 da noi contattata preferisce non commentare. Di certo c’è che ha presentato ricorso in appello, la cui discussione inizierà a dicembre.

Ammesso che i soldi guariscano l’esistenza di una donna che non si sente più tale, madre di due figli che all’epoca avevano 10 e 13 anni, dopo il pronunciamento del giudice la signora che vive in un paese della Bassa Val di Cecina sceglie di dare voce alla sua vicenda. «Non fermatevi mai alla prima diagnosi – dice la signora –. Io l’ho fatto, mi sono affidata a quel responso e da allora non ho più una mia vita. All’epoca avevo 38 anni e con la giusta terapia avrei potuto avere una prospettiva di guarigione del 75%».

Non è la rabbia verso l’Azienda sanitaria o i medici a cui si deve l’errore della diagnosi istologica a darle fiato. «La mia vita è segnata. Quei soldi non cambieranno la mia esistenza, ma potrebbero consentirmi di lasciare ai miei figli almeno una casa». Ha ancora voglia di lottare, assistita dall’avvocato Patrizia Cecconi di Cecina. Non rinuncia ad avere ragione della sua condizione, nonostante che tra casa e fuori debba affrontare trenta scalini. Lei che le gambe non la sostengono più e per muoversi può farlo solo con l’ausilio di un deambulatore o il sostegno di una persona.

Nel 2006 inizia il suo calvario. Dopo l’intervento al seno le viene fatto l’esame immunoistochimico. Ma la diagnosi dei recettori per estrogeni e progesterone viene erroneamente refertata come negativa. E i medici si orientano solo sulla terapia chemioterapica. Invece quell’esame a riprova successiva è risultato positivo. L’errore mette in luce la mancata tempestiva prescrizione della terapia ormonale, iniziata solo nel settembre del 2010, quando la malattia era gravemente avanzata.

In tre anni e quattro mesi le metastasi si sono fatte strada nel corpo della donna. E quello sbaglio nella diagnosi come si legge nelle motivazioni della sentenza del giudice Nicoletta Marino ha determinato “il crollo delle possibilità di guarigione e così anche la perdita di fiducia circa la possibilità di recuperare nel tempo le condizioni pregresse, con conseguente radicale e definitivo mutamento delle condizioni di vita”. C’è poi l’aspetto economico, il risultato di calcoli che traducono in cifre il danno biologico e quello patrimoniale per la perdita di chances di sopravvivenza o di guarigione.