Il genio del marchese Mario Incisa della Rocchetta

Mario Incisa della Rocchetta con il figlio Nicolò

Castagneto, nel ventennale di Castagneto a tavola (ora Genius loci) si ricorda l'inventore del Sassicaia, fondatore dell'Oasi di Bolgheri

BOLGHERI. Nacque a Roma nel 1889 da famiglia piemontese, studiò alla facoltà di agraria dell’università di Pisa, conobbe Clarice della Gerardesca, discendente di uno dei casati più antichi della Toscana, quello del conte Ugolino protagonista di un canto dell’Inferno di Dante, e a Bolgheri mise le radici. A lui, al marchese Mario Incisa della Rocchetta, si deve gran parte della conservazione dell’ambiente e dello sviluppo dell’Alta Maremma, in quella fascia di territorio che parte poco a sud di Bibbona e arriva fino ai confini della Val di Cornia. Una conservazione scaturita dall’amore che il marchese aveva nei confronti del territorio: amava la natura e sulla sua terra - la moglie Clarice, con il matrimonio, portò in dote nella zona di Bolgheri 600 ettari e una decina di poderi - realizzò nel 1959 la prima oasi faunistica privata.

L'oasi di Bolgheri

Fu tra i fondatori e primo presidente del Wwf italiano, ma anche un illuminato produttore di vini - sua l’idea dell’iconico Sassicaia - che oggi sono il fiore all’occhiello di Bolgheri e dintorni. E fu anche proprietario della scuderia Dormello Olgiata (fondata con l’allevatore Federico Tesio), dove nacque il mitico cavallo Ribot, il più famoso di tutti i tempi. Proprio al marchese Incisa della Rocchetta ben si addice il “Genius loci” che si celebra inquesto fine settimana a Castagneto Carducci, che è il capoluogo del comune di cui Bolgheri è una frazione. Perché lui geniale lo è stato davvero. Intelligente e pronto a intravedere, con decenni di anticipo, la vocazione di questa terra di Maremma che grazie alle sue intuizioni ha cambiato volto sotto il profilo agricolo, economico, culturale e turistico. È stato senza dubbio un creativo Mario Incisa della Rocchetta, che ha perseguito per tutta la sua vita un sogno, quello del vino.

Mario Incisa della Rocchetta con Ribot

Era del resto nipote di Leopoldo Incisa della Rocchetta che nel 1862 aveva pubblicato la “Descrizione dal vero di 105 varietà di uve, parte indigene e parte di origine straniera”. E il giovane Mario, mentre studiava agraria a Pisa, cavalcando nella Tenuta di San Rossore, conobbe anche il duca Salviati che già coltivava cabernet nelle sue vigne. Nessuno prima Mario - che amava i vini francesi - aveva pensato di far nascere e crescere un vino bordolese in Italia. Per di più in una zona come quella di Bolgheri e Castagneto Carducci dove gli unici vini prodotti erano quelli bevuti a pranzo, a cena all’osteria dai contadini della zona, dai fattori, dagli abitanti dei borghi disseminati sul territorio. A Mario Incisa della Rocchetta piaceva il podere di Castiglioncello di Bolgheri, su un poggio alto circa 300 metri, da cui si domina tutta la costa e le colline ammantate di macchia mediterranea dove si mescolano i profumi pungenti del mirto e del ginepro. Mise a dimora cabernet sauvignon, cabernet franc e altri vitigni francesi provenienti dalle terre del duca Salviati. E da lì cominciò, senza neppure avere una cantina attrezzata e un enologo, l’avventura del Sassicaia, proveniente da una vigna impiantata in un terreno pietroso (da cui il nome) leggermente più elevato - cinquanta metri - sul livello del mare. Nel frattempo aveva introdotto l’uso delle barrique e nel 1978 arrivò la consacrazione internazionale a Londra, quando durante una degustazione alla cieca il Sassicaia del 1972, anno molto piovoso, sfidò - vincendo - i 32 migliori cabernet sauvignon del mondo.

Amava la terra, il marchese Mario (dopo la scomparsa nel 1983 la sua eredità è stata raccolta dal figlio Nicolò), antesignano della bioagricoltura e autore di un libro composto da appunti di vario tipo (degli anni ’50 e ’60) a dimostrazione della profonda conoscenza del territorio di Castagneto Carducci, dove le tradizioni si fondono con la voglia di innovazione, dove la sostenibilità è sinonimo di economia che gira nel modo giusto. “La terra è viva” è il titolo del volumetto che diventa sottotitolo del logo della manifestazione “Genius loci” di questo fine settimana. Ma al titolo del libro segue il catenaccio: «Una riflessione sulla scienza contadina per una via italiana all’agricoltura biologica». Il libro fu pubblicato trent’anni fa dalla Libreria Editrice Fiorentina e sul sito di Slowfood viene sottolineato come quello scritto abbia “un valore immenso, quasi rivoluzionario, dal punto di vista agronomico e culturale». Perché la terra, l’ambiente, la natura vivono, sono la nostra casa e la nostra cultura. Così sul tema “La terra è viva” venerdì si aprirà un confronto serrato. Ci sarà anche Fulco Pratesi, architetto e presidente onorario del Wwf.