«Mio padre è ancoralaggiù in fondo al mare»

Sopra una foto d’epoca della nave “Tabarca”

Insabbiato. Fisicamente e moralmente. Sembra questo fino ad oggi il destino del Tabarca, nave militare esplosa e affondata nelle acque a sud di Vada, durante la Seconda guerra mondiale, e dei circa 230 giovani, fra militari ed equipaggio, che vi morirono inghiottiti dal mare

Insabbiato. Fisicamente e moralmente. Sembra questo fino ad oggi il destino del Tabarca, nave militare esplosa e affondata nelle acque a sud di Vada, durante la Seconda guerra mondiale, e dei circa 230 giovani, fra militari ed equipaggio, che vi morirono inghiottiti dal mare. Èlia Menichetti, di Rosignano, è la figlia di uno dei militari periti in quella tragedia: Omero Menichetti.

Per lei, come per i parenti delle altre vittime, sparsi in tutta Italia - parafrasando l'Eduardo di Napoli milionaria! - si potrebbe dire che, quella «nottata deve "ancora" passare». Sì, perché nonostante siano passati tanti anni, poco o nulla si è fatto per onorare la memoria dei morti del Tabarca, esploso per cause ignote, forse per una mina o per un siluro nella notte fra il 30 novembre e il 1 dicembre 1942; né, tantomeno, per recuperarne i resti o gli effetti personali. Anzi, negli anni, quel relitto è stato oggetto di saccheggi (più o meno autorizzati), e poi ricoperto con della ghiaia per evitare che affiorassero resti umani. «Nel Dopoguerra - racconta Moreno Ceppatelli, cultore di storia navale - i palombari, incaricati da una ditta di Livorno, a sua volta autorizzata dalla Marina, recuperarono il materiale ferroso della nave, difficilmente reperibile in quel periodo. Per eseguire il lavoro non si guardò molto per il sottile: fu usato dell'esplosivo. Questo ha contribuito a rendere difficile il recupero delle salme e la loro identificazione. Una volta recuperato il ferro, ciò che era rimasto sul fondo fu ricoperto con sabbia e ghiaia».

Il poco che è stato fatto si deve all'iniziativa individuale di appassionati di storia militare e di subacquea. Fino ad oggi la signora Menichetti non aveva fatto sentire la sua voce perché: «a quanto ne sapevo, il corpo di mio padre giaceva in mare, quel mare che tanto amava. Questo pensiero in qualche modo mi consolava. Ma poi, una decina di anni fa, mi sono arrivate le voci che alcuni sub si immergevano e depredavano il relitto. Fui turbata da questa notizia. Ma non sapevo a chi rivolgermi.

Uno dei miei figli, che sapeva quanto la cosa mi stesse a cuore, iniziò a cercare informazioni sul Tabarca. Tramite internet, di recente ha trovato un articolo di una rivista specializzata; poi all'inizio di settembre ho letto l'articolo sul Tirreno in seguito alla lettera del parente di una delle vittime, residente a Bassano del Grappa. Allora mi sono decisa a raccontare la mia storia. Vorrei che quella tragedia fosse riportata alla memoria, non finisse nel dimenticaio».

Un contributo è stato dato, nel 2003, dal Comune di Rosignano. Con la collaborazione della storica Angela Porciani, ha realizzato tre lapidi, depositate in una cappella nel cimitero di Marittimo, intitolata "Cappella della pace"; sopra vi sono scritti i nomi dei residenti nel comune caduti in varie guerre.
Fra questi compare anche il nome di Omero Menichetti che all'epoca, abitava a Rosignano, dove poi la sua famiglia ha continuato a vivere. «Un altro desiderio - aggiunge la signora Menichetti - più difficile da realizzare, sarebbe poter recuperare quello che ancora c'è dei resti umani in mare e dare ad essi una degna sepoltura, anche per sottrarli allo scempio di chi ne ruba i cimeli».