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calcio: la storia

Jeffery-gol, il cannoniere sbarcato con un gommone

È arrivato in Italia attraversando il Mediterraneo e ha trovato fortuna col pallone Dopo una stagione ad Alberobello, ora ha conquistato i tifosi del Pietrasanta

PIETRASANTA Centottantasei minuti per diventare il nuovo idolo della tifoseria del Pietrasanta. E’ la storia di Jeffery Imoh, il ragazzo arrivato da Alberobello, la patria dei trulli, dove era sbarcato due anni fa al termine di un viaggio da tregenda iniziato nella natia Nigeria – dove vivono la madre, due fratelli ed una sorella - e proseguito attraverso Niger e Libia. Sognava di diventare ingegnere Jeffery. Sogni che molti bambini coltivano, ma che sono difficili da realizzare quando sei nato in qualche parte del mondo dove spesso già in tenera età si deve pensare ad altro che studiare. Domenica scorsa ha stupito tutti tagliando a fette la difesa del Lammari e realizzando la doppietta che ha griffato il successo della sua squadra. «Ha una velocità impressionante – dice il presidente del sodalizio pietrasantino, Carlo Ciaponi – se gli dai spazio e lo lasci partire è difficile poi da arginare. Tecnicamente ha ancora qualcosa da imparare ed i margini per migliorare ci sono». Già perché a vent’anni si può ancora progredire ed è ancora un dovere sognare, magari di diventare calciatore invece che ingegnere e magari riuscire ad aiutare contemporaneamente le persone che non hanno niente.

Jeffery arriva in Italia, come detto in Puglia nel novembre del 2015 a bordo di un gommone. Storie già viste che sembrano non avere mai fine. Prima Bari, poi Alberobello dove entra subito in sintonia con i coetanei del luogo come ha già fatto a Pietrasanta: «È un bravissimo ragazzo – dice ancora Ciaponi – che si è subito integrato con gli altri nonostante abbia ancora qualche difficoltà con la nostra lingua».

Inizia a giocare a pallone in una formazione locale, nel campionato di Promozione, andando a segno nove volte in undici gare. Poi l'invito in Versilia, favorito da un amico di Ciaponi che già in passato aveva avuto nel Pietrasanta giocatori provenienti dall’Africa e che hanno poi spiccato il volo verso i professionisti come Franck Kanouté, il piccolo Vieira, ceduto alla Juventus che poi lo ha mandato a farsi le ossa (come si diceva una volta) a Pescara e Bachir Mané che lo scorso anno ha contribuito al ritorno in serie C della Fermana dove è stato confermato, entrambi senegalesi con storie simili a quelle di Jeffery, compagni di squadra due anni fa quando sulla panchina biancoceleste c’era Cristiano Zanetti.

Ragazzi che sono l’orgoglio del presidentissimo che per un niente (problemi di tesseramento) non riuscì ad ingaggiare anche Mamadou Coulibaly, attuale difensore del Pescara: «Sono felice di poter dare una possibilità a questi ragazzi per i quali il calcio rappresenta un’occasione e con i quali sono rimasto ancora in contatto. Kanouté mi manda un messaggio ogni volta che gioca. Aveva sedici anni quando arrivò e ricordo ancora con un sorriso la prima volta che lo portai con me a cena: mangiò tre pizze».

Ma torniamo a Jeffery. L’occhio lungo di Ciaponi e dei suoi collaboratori vedono subito che il ragazzo ha stoffa e viene arruolato con la casacca biancoceleste. L’esordio arriva col Marlia, una manciata di minuti, poi le maglie da titolare con Vernio e come detto contro il Lammari dove il ragazzo esplode in tutta la sua fisicità facendo stropicciare gli occhi ai tifosi biancocelesti.

Jeffery come sei arrivato in Italia?

«Sono arrivato in Sicilia con un gommone nel novembre 2015 dopo aver visto il mio amico morire di sete durante la traversata nel deserto ed aver fatto il muratore in Libia, dalla quale ho deciso di venire via perché c'è la guerra. Una volta in Italia sono stato trasferito a Bari nel centro di accoglienza».

E come trascorrevi le tue giornate?

«Studiando, ho conseguito il diploma di terza media e naturalmente giocando a pallone. E proprio mentre stavo disputando una partita nel campetto che avevamo a disposizione sono stato notato da un giocatore dell'Alberobello che mi ha segnalato ai suoi dirigenti».

E proprio dalla città dei trulli è iniziata la tua avventura calcistica italiana.

«Sì mi sono trasferito ad Alberobello dove sono stato molto aiutato da una famiglia che mi ha accolto come un figlio. Ho cominciato a giocare con la squadra locale che milita nel campionato di Promozione con la quale ho segnato nove reti in undici gare».

Da Alberobello a Pietrasanta. Come è nato il trasferimento?

«Sono stato invitato per un provino ed il mister si è subito convinto delle mie potenzialità».

Quando hai cominciato a giocare a calcio?

«Ho iniziato a giocare a calcio in Nigeria fino da piccolo. Poi è morto mio padre e me ne sono andato».

Qual è il tuo sogno di giovane calciatore?

«Sono un tifoso juventino e sarebbe un sogno poterci giocare. Intanto devo pensare a fare bene con il Pietrasanta ed è naturale che solo facendo bene posso sperare di salire di categoria. Intanto sto anche cercando un lavoro».

E il ruolo che preferisci?

«Posso giocare sia come punta centrale che come attaccante esterno. E quindi il 4-3-3 con il quale giochiamo è quello che personalmente preferisco».

Hai un idolo calcistico in particolare?

«Cristiano Ronaldo. In assoluto il più forte di tutti».

Ti è capitato di dover subire episodi di razzismo?

«Purtroppo sì, durante il mio soggiorno in Puglia. Un episodio che mi ha riguardato in prima persona durante una partita. Ma io sono rimasto concentrato su quello che accadeva in campo grazie anche alla squadra che era tutta con me».

Cosa pensi di episodi del genere?

«Credo che andrebbero puniti severamente perché

bisogna avere più umanità e rispetto del prossimo».

Hai qualche hobby particolare?

«Mi piace ballare e la musica rock».

I tuoi interpreti preferiti?

«Su tutti Francesco Gabbani ed Ermal Meta».
 

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