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forte dei marmi 

Picchiano in spiaggia il venditore di cocco: condannati in tre

La vittima è un giovane del Togo, gli aggressori tre nordafricani

FORTE DEI MARMI. Non volevano che vendesse il cocco nella stessa spiaggia vip dove lavoravano anche loro. Quindi lo presero da parte e dalle minacce quotidiane, quel giorno, passarono ai fatti. Lo picchiarono a sangue, uno dietro l’altro. E lo mandarono all’ospedale con le costole rotte. Quasi dieci anni dopo arriva la condanna definitiva per tre ambulanti di origine marocchina, all’epoca dei fatti poco più che ventenni. Sono Khalid, Mohamed e Hassn Saad (rispettivamente del 1983, 1980 e 1977). La vittima, un giovane del Togo che vendeva cocco sulla spiaggia di Forte dei Marmi. I tre sono stati condannati adesso anche dalla Cassazione a sei mesi di reclusione e a versare duemila euro a testa nella cassa delle ammende.

I tre picchiarono il venditore usando anche un bastone, secondo quanto ricostruito da un testimone (un carabiniere in borghese) in aula. Gli procurarono ferite da dieci giorni di prognosi. «L’affermazione di responsabilità è stata fondata su un solido compendio probatorio – scrive la Cassazione, respingendo il ricorso dei tre –, coagulatosi intorno alla precisa ricostruzione di un testimone oculare dell’aggressione (un vigilante), che vide i tre aggressori (uno dei quali aveva in mano una bottiglia di birra adoperata per minacciare) colpirlo, uno per volta, e poi la vittima ferita al volto; la ricostruzione è stata confermata anche dal teste, carabiniere in borghese, che ha riferito di tre persone che fronteggiavano l’uomo, e dalla stessa persona offesa, che ha riconosciuto i tre autori dell’aggressione, riferendo della dinamica del litigio e della disponibilità di un bastone da parte di uno dei tre; le lesioni refertate (infrazione alle costole),

infine, sono state ritenute compatibili con le modalità dell’aggressione».

Per i giudici della Corte Suprema quindi non ci sono dubbi sulla colpevolezza degli ambulanti e, nel rigettare il ricorso, conferma la sentenza della corte di appello di Firenze. —
 

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