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Carlotta: brevetto da pilota, a 26 anni può guidare aerei di linea

Carlotta Ceccarella ha coronato il suo sogno di ragazzina: volare indossando la divisa di comandante

Storie di giovani che si tuffano nel mondo degli adulti e chiedono di contare. Se avete tra i 25 ed i 35 e lavorate facendo qualcosa che vi siete inventati, o che pochi/e fanno, o avete costruito dal nulla, che sia in Italia o all’estero, scrivete al “Tirreno” e racconteremo la vostra storia. Indirizzo email viareggio@iltirreno.it , oggetto “volo alto”.

 

FORTE DEI MARMI. Ancora non riesce a crederci e così torna e ritorna con la mente al ricordo di quel giovedì della scorsa settimana, data nella quale ha coronato il suo sogno di ragazzina: volare indossando la divisa di comandante. Carlotta Ceccarelli, fortemarmina di 26 anni, è una che non molla: «A 14 anni leggevo come fossero libri i manuali di volo di papà», racconta al “Tirreno”. Da allora è stata dura, ma in questi giorni Carlotta ha conseguito il brevetto per pilota di linea commerciale con il quale può sedersi ai comandi di qualsiasi aereo di linea.

Cinque anni di liceo Classico “Carducci” a Viareggio e non è stata un passeggiata: «Io avevo in mente solo gli aerei», continua il racconto di Carlotta. Il padre, che all’epoca aveva il brevetto, l’aveva già portata a Cinquale. «Ho iniziato lì perché papà mi ha portato da Marco Ceseri, istruttore di volo». Dieci anni fa, eppure sembra ieri: «La prima volta davanti ad una cloche avevo 15 anni, sempre al Cinquale. Mi sono seduta e ho detto: voglio fare questo. E ci riuscirò prima o poi».

I manuali sempre tra le mani, la frequentazione dell’aeroporto del Cinquale appena aveva un minuto di tempo libero, una passione che tutti, intorno a lei, «pensavano fosse fine a se stessa, da ragazzina, poco credibile per un futuro». A casa come a scuola: «Gli ultimi due anni di liceo me li sono passati da sola, vista come qualcosa di anomalo».

Dopo la maturità liceale per mamma e papà- come accade in tante famiglie - era inevitabile l’università. Non per Carlotta, però. «La scelta - continua il neo pilota - è stata quella di dire no all’università. Ho combattuto un’estate intera, poi ho preso le valige e sono andata in Inghilterra».

Il sogno da inseguire è sempre quello di non stare con i piedi per terra: «Sono andata a lavorare come assistente di volo per Ryanair». In due anni è arrivata anche la promozione a capo cabina. E la rotta della vita sembrava indicata, ben chiara. Ma a Carlotta non bastava. Lei voleva vedere il cielo davanti a se’, dalla cabina del comandante: «Non ero soddisfatta e ho detto basta».

Tornata a casa, in Italia, la scelta era obbligata: o passare dalla aeronautica militare o frequentare una scuola privata. «Mi sono iscritta alla scuola di Forlì che si chiama “Professione volare”». Due anni e mezzo di corso, unica ragazza per una professione ancora latamente declinata al maschile anche l’istruttore di volo a Forlì era una donna: «Io entravo ed usciva una allieva che si era diplomata e così è accaduto con me. Quando ho preso il brevetto io è entrata un’altra donna».

Sono stati, è il ricordo di Carlotta Ceccarelli, «anni difficili. Alla fine non ti vivi i 18-20 anni. Ma io avevo un obiettivo». Quel brevetto fresco di rilascio con il quale oggi può affrontare i colloqui. «È un’emozione che non ho ancora realizzato. Gli ultimi giorni prima dell’esame avevo addosso un’ansia, pazzesca. Adesso ho già un colloquio fissato a breve ed un altro lo sosterrò a settembre».

La diffidenza intorno a lei, giovane donna e pilota, è ancora tanta: «Quando racconto qual è il mio mestiere, la prima domanda che mi sento rivolgere è sempre la stessa: “Sei una ragazza, perché lo fai?”.

Da un anno Carlotta ha un rapporto sentimentale con un giovane del quale racconta con orgoglio: «Il mio ragazzo ha capito e mi appoggia. Nell’ultimo anno mi ha sostenuto tantissimo».

Così come la sua famiglia - il padre Andrea, la madre Paola Fruzzetti, il fratello Cosimo - che ha sostenuto tutti gli sforzi necessari a che il sogno di Carlotta diventasse realtà e si trasformasse in opportunità di lavoro.

Una bella storia italiana, di quella generazione nata nei primi anni Novanta che

si fa troppo presto a descrivere come “mammona”. Una generazione che sperimenta, cerca di farsi strada, studia anche se non sempre lungo i percorsi dei propri genitori, ma chiede sempre più di essere ascoltata e di avere voce in capitolo per le competenze che mette in campo.
 

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