Quotidiani locali

l'intervento

Simi: "Ma a Viareggio non abbiamo capito il valore della cultura"

Lo scrittore viareggino interviene sulla polemica dello scippo di Europacinema da parte di Lucca Film Festival. E analizza le colpe di una città che non riesce a trattenere i propri gioielli

VIAREGGIO. Io so quale pizzeria della Passeggiata mandò letteralmente in estasi Quentin Tarantino. Ricordo milleduecento persone a una lezione di cinema di Wim Wenders. Ho anche visto da vicino Greta Scacchi nel foyer dell’Eden e trent’anni dopo non mi sono ancora ripreso. C’è stato un tempo in cui per ascoltare James Ballard o Manuel Vázquez Montalbán mi bastava fare un chilometro in bicicletta. Non dimentichiamoci infatti che per due indimenticabili anni Viareggio di festival del cinema ne ha avuti addirittura un paio. Accanto a Europa Cinema c’era anche il Noir in Festival, emigrato a Courmayeur giusto in coincidenza con il manifestarsi della mia vocazione di giallista (ma non è stata una cosa personale, lo so). Insomma, essendo nato a Viareggio nell’altro secolo “io ho visto cose che voi umani”.

leggi anche:

Ma dove lo vuoi fare un festival del cinema, se non in un posto di villeggiatura baricentrico, che è arrivato a vantare cinque schermi in pochi metri di lungomare, più altri due a un tiro di schioppo? A Viareggio abbiamo sempre avuto una multisala naturale stupenda, e molto prima che cominciassero a costruirle obbligandoci a emigrare in auto verso lande suburbane allegre come i film di Aki Kaurismaki. Ma, oops!, non ce ne siamo accorti, e adesso uno di quegli schermi se n’è andato, un altro resiste fra due fondi commerciali chiusi, per non dire del più storico di tutti, un palcoscenico calcato anche da Totò, che langue da tempo immemore dopo aver vivacchiato ingloriosamente come sala a luci rosse (è un giudizio artistico, non morale). Quanto alla Passeggiata, be’, ha gli stessi negozi del mall di un qualsiasi centro commerciale suburbano, a Empoli come a Pioltello, dove puoi emigrare con l’auto, fare la spesa, cenare, andare al cinema e poi tornare a casa allegro come il protagonista di un film di Lars Von Trier, ma almeno hai risparmiato i soldi dell’autostrada, della benzina e del parcheggio.
Di chi è la colpa se abbiamo perso tutto questo? La potremmo dare ai politici senza visione, quelli che, sia a destra che a sinistra, quando una storica libreria progettata da Gae Aulenti veniva costretta a chiudere e sventrata ti dicevano con sussiego “è il mercato, bellezza”, trattandoti come un cretino fuori dal tempo. Bastava che rimanesse intatto l’involucro esterno per metterci una bella targa a ricordo del tempo che fu. Vorrei sapere cosa ne pensano ora che questa entità onnipotente chiamata mercato ci fa vedere il suo vero volto di vetrine buie e polverose, di cartelli “affittasi” che scoloriscono, di esercizi commerciali con un tasso di mortalità superiore a quello della scuola di danza di “Suspiria”.

leggi anche:

Ma, una volta pagato pegno al qualunquismo, dobbiamo dirci che la colpa è nostra, come comunità, o meglio come città che non ha saputo essere comunità e darsi obiettivi condivisi. Perché ospitare un festival del cinema o un premio letterario è una cosa, farlo proprio è un’altra. E in questo abbiamo tragicamente fallito, tutti quanti. C’è chi come me ha dato per scontato che grandi scrittori e cineasti sarebbero passati sempre da Viareggio una volta all’anno, come per grazia ricevuta. C’è chi ha pensato che tanto l’estate bastava e avanzava, che se gli affari cominciavano a declinare si poteva sempre rosicchiare un po’ di suolo pubblico, fare i vaghi con le tasse, spennare un po’ di più il turista e consolarsi sapendo che anche la concorrenza non se la passava meglio. C’è chi ha pensato ai fondi per gli eventi culturali come a grasso che sarebbe sempre colato, bastava sapere dove raccoglierlo, perché quelli per la cultura erano per definizione soldi a fondo perduto, buoni a organizzare passerelle, regalare visibilità con una bella patina di glam ai potenti di turno. C’è poi una città che ha osservato passare il gotha del cinema europeo con quel misto bipolare di ammirazione e disincanto tipico di chi vive continuamente in bilico fra presunzioni cosmopolite e orgoglio provinciale.

Altrove hanno capito che non solo con la cultura si mangia, ma che la cultura stava diventando l’unica possibilità di mettere insieme il pranzo con la cena. Che l’umanesimo non era solo un argine salutare alla disumanità del mercato, ma che poteva dettare persino le linee al mercato, obbligando le altre attività commerciali a innovare e ad alzare gli standard di prodotti e servizi. L’ha capito Pisa, facendo perno sulla sua storia di grande polo universitario. L’ha capito Pietrasanta, che ha trasformato una tradizione di laboratori artistici in un autentico brand, passando in scioltezza dal secolo del lavoro fisico a quello del valore immateriale. L’ha capito Lucca, fino a pochi anni fa considerata chiusa, sonnolenta e conservatrice, in realtà capace di reinventarsi con spirito d’iniziativa e pragmatismo tipicamente calvinista, altro che romano-cattolico-apostolico. Là le vetrine buie e polverose sono poche. Ma l’energia che tiene accese molte insegne è elettrica solo per chi si ostina a guardare il dito. Per chi guarda la luna è quel valore aggiunto chiamato cultura.

I COMMENTI DEI LETTORI

TrovaRistorante

a Lucca Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Pubblica il tuo libro