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Manager di Gucci usa gli sconti delle commesse. Cassazione: giusto licenziarla

La responsabile del negozio del Forte venne cacciata per aver utilizzato le carte delle colleghe per vendere merce a basso costo. I giudici: fu una grave violazione dei suoi doveri

FORTE DEI MARMI. Ha utilizzato le carte sconto di due dipendenti per vendere capi extra-lusso a prezzo ridotto anche di oltre il 50 per cento. Per questo Jeniffer Rengifo, ex store manager (responsabile) del negozio di Gucci di Forte dei Marmi, nel 2008, è stata licenziata dalla società titolare, la Luxury Goods Italia spa. La Cassazione adesso, dopo dieci anni di tribunali, ha confermato la giusta causa del licenziamento: la sua condotta, si legge nell’ordinanza della Corte suprema, rappresenta «una grave violazione dei doveri fondamentali connessi al rapporto di lavoro».

Nonostante il regolamento aziendale imponesse l’uso «strettamente personale» della carta sconto «con divieto di delega», la donna l’aveva utilizzata sessantasette volte per vendere la merce di Gucci a prezzo scontato, anche del 50 per cento. Che significa centinaia di euro in meno negli scontrini. Ma non solo: invece di utilizzare la sua carta sconto, ha utilizzato quella di due dipendenti, che non erano presenti in negozio nel momento in cui venivano utilizzate. Lo ha fatto quindi con «modalità fraudolente e in mancanza della presenza e del consenso dei titolari», si legge nell’ordinanza della Cassazione.

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I titolari se ne sono accorti notando degli acquisti da parte dei due dipendenti (ogni carta aveva un codice legato al dipendente) proprio nei giorni in cui erano assenti da lavoro. Per questo hanno deciso di licenziare la store manager.

La donna ha iniziato subito una battaglia legale, assistita da uno dei più noti avvocati del lavoro italiani, il carrarese Claudio Lalli. Il suo legale ha sempre sostenuto che «l’unica sanzione prevista dal regolamento per l’utilizzo scorretto della carta fosse costituita dal ritiro della stessa» e che il licenziamento fosse una misura sproporzionata. Ma ad ogni grado di giudizio, i giudici davano ragione alla società. Adesso anche la Cassazione.

Secondo la Corte suprema, infatti, la condotta della donna è di «ben maggiore gravità rispetto al semplice uso scorretto della carta sconto aziendale». Gravità dovuta «alle circostanze in cui sono stati commessi» e «alla reiterazione dei medesimi». Motivo per cui è normale che venga meno, dice la Cassazione, il rapporto fiduciario con la società e che la società non voglia riassumerla.

Il ricorso è stato quindi respinto. E la commessa dovrà adesso anche pagare anche le spese processuali, che ammontano 3.700 euro.


 

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