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Muore sul lavoro, puniti i titolari

Il boscaiolo rimase sotto un albero. La Cassazione conferma la sentenza ai Nieri

VIAREGGIO. «Risulta accertato il totale spregio di ogni regola di sicurezza». È il succo delle tredici pagine di sentenza con cui la Cassazione ha respinto il ricorso dei fratelli Antonio e Loris Nieri condannati dalla corte d’appello di Firenze per omicidio colposo per l’incidente sul lavoro in cui perse la vita il dipendente della loro segheria, Marcel Alexandru Hotnog, 25 anni ancora da compiere, morto schiacciato da un albero il 3 febbraio del 2013. La corte suprema ha confermato quindi la condanna a 1 anno e 4 mesi (con la sospensione condizionale per Antonio Nieri) con l’aggiunta di una sanzione da duemila euro per aver fatto un ricorso «non proponibile» perché basato sulle «stesse questioni già devolute in appello e da quei giudici puntualmente esaminate e disattese con motivazione del tutto coerente e adeguata», si legge nella sentenza.

I fatti risalgono, come detto, al 2013. Hotnog stava tagliando un pioppo di 30 metri insieme a un collega in un terreno vicino al fiume Serchio a Lucca, quando rimase schiacciato dall’albero. Morì per il grave trauma cranico riportato.

Anche secondo la Cassazione il fatto è stato causato dalla «violazione delle basilari regole di sicurezza da rispettare nell’attività di taglio di alberi tra cui, prima fra tutte, quella del mantenimento di una distanza minima tra l’albero da abbattere e le altre persone presenti nell’area pari al doppio dell’altezza della pianta, nonché della presenza di un soggetto terzo addetto alla sorveglianza della zona (. . .) in grado di avvertire le persone». Dal momento che sia Hotnog sia il collega (gli unici due presenti sul posto di lavoro) stavano tenendo la stessa condotta sbagliata, «consapevoli che da un momento all’altro sarebbe tornato sul posto Nieri Antonio», la deduzione dei giudici è che

non si sia trattata della «estemporanea anomala trasgressione del singolo, bensì di una condotta contraria alle regole di sicurezza conosciuta e accettata dal datore di lavoro e adottata come sistema lavorativo». E conferma la condanna ai titolari.



 

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