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Caso Remorini: i resti di Velia e Maddalena gettati nella spazzatura

La tragedia ricostruita dalla Cassazione: morte in prigionia tra fame e sete: «Remorini ha intravisto due facili prede, le ha derubate e poi se n’è disfatto»

VIAREGGIO. Due persone fatte a pezzi, bruciate e gettate nei cassonetti della spazzatura. In pieno giorno, in mezzo a un odore nauseabondo e incapace di risvegliare la pietà. Non è successo in un Paese lontano, non è successo dove la civiltà non arriva, dove si pensa che l’umanità sia un lusso indisponibile. È successo a Viareggio. E non nel secolo scorso: all’inizio degli anni Dieci, i nostri anni Dieci.

Quei cassonetti non ci sono più, ma erano nelle nostre strade e nelle nostre piazze fino a poco tempo fa. E i giudici della Corte di Cassazione sembrano volerlo ricordare, quasi increduli. Scrivendolo quattro volte, nelle 27 pagine di motivazioni con cui respingono tutti i ricorsi di Massimo Remorini, 61 anni, e Maria Casentini, 58, gli amanti killer condannati rispettivamente a 38 anni e a 16 anni di carcere per la morte di Maddalena Semeraro, 59, e Velia Carmazzi, 80. Madre e figlia scomparse da Torre del Lago tra l’agosto e il settembre del 2010. Su cui la giustizia si è espressa per l’ultima volta nell’aprile dell’anno scorso: sono morte di stenti, recluse in un campo che verrà chiamato degli orrori e che ha rappresentato la loro fine in stato di prigionia tra fame, sete e caldo. I colpevoli sono Remorini detto lo “zio” e Casentini, la badante definita “carceriera” di Maddalena. Con il primo in veste di ideatore del piano. Entrambi ora sono in carcere, dopo la condanna divenuta definitiva.

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A distanza di mesi le motivazioni della decisione della Cassazione vengono reso pubbliche: quello che si legge nelle carte è una ricostruzione sulla falsariga di un giallo-horror che nel 2010 portò a Viareggio inviati e telecamere di tutta Italia, a partire da quelle di “Chi l’ha visto”, che rese la storia di Velia e Maddalena un caso nazionale.

Tutto parte dal 2003-04, quando Remorini – detto lo “zio” anche se è un cugino del primo marito defunto di Velia – si introduce nella vita delle due donne. Velia se ne innamora e ne è soggiogata. Remorini assume il pieno controllo della famiglia, approfittando di questo fatto e della debolezza, oltre che di Velia, di sua madre Maddalena, che è anziana e cardiopatica. Remorini prende sotto la sua ala anche il figlio di Velia, David Paolini: anche lui finisce nella rete. Il disegno, spiegano i giudici, è chiaro: approfittare di facili prede, per impadronirsi di tutto. Remorini si fa fare la delega sui conti correnti da Maddalena e convince sia lei che la figlia a vendere le loro due case di proprietà, a Viareggio e Torre del Lago. Ma i soldi delle compravendite, secondo le perizie d’accusa cedute quasi alla metà del valore corretto (294mila anziché 570mila euro) le due donne non li vedranno. Così come non vedranno altri soldi, finiti – diranno i giudici – nelle tasche di Remorini. Che si compra un chiosco-bar e nel frattempo fa girare le donne tra Capannori, Camaiore e Torre del Lago. Qui finiscono a vivere all’inizio dell’estate 2010, in un campo in via dei Lecci. Stanno in una baracca e in una roulotte, recluse, con poco cibo, poca acqua e senza servizi igienici. Velia, che stava bene fino a poco tempo prima, appassisce sempre più e il 22 agosto viene vista a letto dal figlio David, agonizzante o già morta. Il corpo scompare ed è solo questione di tempo perché Maddalena faccia la stessa fine, in quel carcere maledorante e privo di tutto. Se Velia è stato un “incidente di percorso”, la morte di Maddalena è considerata accettabile da Remorini, anche se di omicidio si tratta. Parte tardi la denuncia di scomparsa da parte del figlio e partono tardi anche le indagini dei carabinieri. Remorini dice che se ne sono andate a Milano, che stanno bene. Sarà l’ex amico Francesco Tureddi detto “Cecchino” a rivelare cosa gli hanno confidato gli amanti diabolici: «con un po’di fatica» – diranno loro – hanno fatto a pezzi i corpi, bruciato i resti in un bidone rosso e poi li hanno messi in sacchi neri, finiti nei cassonetti. Nessuna traccia, nessuna possibilità di ritrovarli. Anche la Cassazione ritiene Tureddi credibile come testimone chiave. E dichiara chiuso il caso, confermando il carcere per lo “zio” e la badante.

 

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