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Il grido di Annibali: la violenza sulle donne non è dolore di serie B

Avvocato e consigliera della Presidenza del consiglio ha incontrato ieri studenti e cittadini alla Croce Verde

VIAREGGIO. I volti delle studentesse, nella sala della Croce Verde, sono attenti e tirati. Adolescenti, ma ben consapevoli dei pericoli che possono nascondersi nel risuonare della Canzone del maschio e della femmina, non perdono una parola di quelle pronunciate da Lucia Annibali. Avvocato, consigliera della presidenza del Consiglio in materia di pari opportunità, bruciata dall’acido che quattro anni e mezzo fa le è stato gettato in faccia da due sicari inviatole dal collega con il quale aveva avuto una relazione finita, Annibali ripercorre alcuni elementi della propria vita stravolta dal gesto criminale: «La solidarietà femminile non esiste poi così tanto. Le offese più feroci mi sono arrivate dalle donne. A me ha fatto molto soffrire». Perché intorno agli episodi di violenza contro le donne sono le stesse donne a pensare, agire, come se le vittime fossero «affette da chissà quale patologia, tanto da incontrare questo tipo di soggetti...».

È un dialogo quasi senza parole quello che si crea con le ragazze in sala. «Tra di noi siamo aggressive: come possiamo alleviare questo?», è la domanda di una studentessa. La risposta riassume il senso dell’intera testimonianza di Annibali: «Bisogna andare avanti con il proprio modo di essere e pensare che quanto arriva, di brutto, appartiene a chi lo dice, a chi agisce così. Non dobbiamo farci toccare dalle debolezze degli altri, non dobbiamo farci condizionare da mancanze che non sono nostre, ma di altri».

Dalla vita di prima a quella di dopo: un destino che la accomuna a troppe donne. Ed in mezzo, le pesanti cure mediche di chi è ustionato e l’iter giudiziario, il processo. «Era importante stare lì, in quell’aula, dove è stata riconosciuta dignità alla mia sofferenza». Ed alla domanda di una donna che chiede «è convinta di aver avuto giustizia?», Annibali risponde con le parole più intense: «Sì, perché la pena è stata il massimo (20 anni per il mandante e 12 per i due esecutori materiali, ndr) e perché è stata una giustizia veloce ed efficace. Sono molto grata a chi ha lavorato per me ed i miei genitori: la Procura, i carabinieri».

Questo niente toglie al fatto che - Annibali parla chiaro - nelle vicenda di violenza contro le donne «rimanga il voler denigrare la donna per quello che le è successo. C’è ancora troppo il disvalore sociale. Già il termine di violenza “subita” porta con se’ il “se l’è cercata”. Come se quello che proviamo fosse un dolore di serie B».

Gli adulti, uomini e donne, si alzano e propongono il proprio punta di vista, quello di chi ha attraversato anni ben diversi da quelli che stiamo vivendo, e ciascuno si porta dietro un pezzo dell’esperienza politica o sociale fatta. Ma le ragazze vanno al sodo, dritte al cuore: «Come affronta, oggi, il rapporto con gli uomini?». Annibali è trasparente e sincera: «Ho poco tempo. Per ora va bene così, poi vedremo se qualcuno degno si palesa...».

Bella occasione, quella creata da Comune, Provincia, Casa delle donne di Viareggio, e nel corso della quale Annibali si è soffermata sul lavoro che l’ha impegnata a Palazzo Chigi: linee guide uniche per tutte le Asl e tutti i Pronto soccorso d’Italia su come affrontare
le donne che hanno subito violenza. «A noi però non danno una formazione specifica», è la voce di una giovane donna, studentessa di medicina, che richiama tutti alla realtà ricordando: «Ed i nostri professori che dicono che abbiamo le mani legate se la donna non vuole denunciare».

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