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Fabio Genovesi: «Io, i miei nonni e l’infanzia felice senza selfie»

Lo scrittore di Forte dei Marmi si racconta da bambino in "Il mare dove non si tocca", il suo nuovo romanzo uscito per Mondadori 

Zio Aldo, zio Athos, Aramis, Adelmo, Arno e così via. Tutti col nome che cominciava per A, come i loro genitori che si chiamavano Arturo e Archilda, fino all’ultimo nato che era il nonno vero e, però lo dovevano chiamare per forza Rolando. Ci hanno studiato un sacco, ci hanno litigato per nove mesi, e alla fine l’hanno chiamato Arolando. Dieci nonni (poi “declassati” al ruolo di zii) e un nipote, un unico nipote maschio da crescere, istruire, scorrazzare: un bell’esempio di famiglia allargata insolita per gli inizi degli anni Ottanta. Dieci nonni e un nipote «perché – come spiega Fabio Genovesi nelle prime righe del suo nuovo romanzo Il mare dove non si tocca (Mondadori, 324 pagine) in libreria da martedì scorso – il mio nonno dalla parte di mamma aveva un sacco di fratelli solitari che non si erano mai sposati e a una donna non avevano mai stretto la mano, così da quella famiglia gigante ero venuto fuori solo io che ero il nipote di tutti». Quel nipote si chiama Fabio e tutti quei nonni con la A, i suoi zii.

Fabio Genovesi torna con il suo nuovo libro. Possiamo parlare di una autobiografia?

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«Eh sì, è proprio - almeno in parte - la storia della mia vita da ragazzino, con ovviamente poi tante cose che appartengono alla fantasia. Ma il punto di partenza soprattutto è una situazione vera in cui io sono cresciuto: cioè circondato da questi nonni che erano in realtà i fratelli del mio vero nonno che erano scapoli e avevano il naturale desiderio di un nipote. Però tra tutti questi maschi possibili nonni è venuto fuori un solo nipote maschio da poter portare a caccia, a pesca: tutte attività che per loro erano fondamentali. Ed anche per me, la pesca soprattutto…»

Come è nata l’idea?

«Mi colpiva la grande diversità tra la mia infanzia e quella di ora: io vedo i bambini di oggi per i quali si cerca di delegare tutto alla scuola. E quando è finita, vengono spediti a mille corsi: a pianoforte, a karate, magari anche dallo psicologo, pur di non averli a casa, delegando agli altri la cosa più importante che è l’insegnamento. Per me la scuola è fondamentale, ma è l’altra parte dell’insegnamento che invece dovrebbe venire dalle persone che hai intorno. Invece i genitori oggi pensano che siano gli altri a dover crescere i figli e diventano insopportabili a scuola, ritenendo che tutte le carenze o i cattivi comportamenti dei figli a scuola siano colpa dei professori che non sanno tenere i ragazzi. Non solo: quando non c’è nessuno che possa tenerli o intrattenerli, li dotano di I pad, telefonini e quant’altro».

Quanto la sua infanzia è stata diversa?

«Moltissimo direi. Per questo a me piaceva raccontare per contrasto un’infanzia di un bambino che aveva il desiderio di tempo per sé ed essere lasciato solo e invece aveva tutti questi nonni che facevano a gara per tenerlo e litigavano per avere una mezza giornata con il loro nipote e potergli insegnare tantissime cose. Nonni che vedevano la scuola come un contrattempo che rubava tempo alla loro educazione. C’è una frase di Marc Twain che io adoro e che è uno dei miei autori di riferimento che dice così: “Nella mia vita ho fatto di tutto perché la scuola non interferisse con la mia educazione”. La scuola è importante, ma a mio avviso è importante anche tutto quello che fai a casa».

Un lavoro lungo due anni e mezzo: quando è scattata la scintilla?

«Il capitolo da cui è nata la storia, dove ho capito che potevo raccontarla è quello in cui mio padre, che ha lavorato una vita come dipendente di un idraulico, negli anni ’80, quando il suo capo è andato in pensione e avrebbe potuto prendere tutti i suoi clienti, decide diventare un idraulico comunale, perché si rende conto che non avrebbe avuto più tempo per stare con me, che ero un bambino. In questo modo ha il pomeriggio libero e passa tutti i giorni insieme a me. E devo dire che se io chiudo gli occhi e riguardo la mia infanzia in quegli anni, quelle occasioni passate con il mio babbo che era lì per me non si potrebbero ripagare con tutti i soldi che non ha fatto».

Più povero ma più ricco?

«Bisogna intendersi sul termine ricco o povero: sì, forse sono diventato un adulto più povero, ma insieme un bambino ricchissimo. E non smetterò mai di ringraziare il mio babbo per questa scelta che ha fatto all’epoca nonostante che fosse al lavoro dall’età di 12 anni e aveva in quel momento l’occasione di diventare lui il capo».

L’aggettivo che si usa per i suoi personaggi è “strano”, “sbilenco”: è d’accordo?

«Quando mi dicono che racconto personaggi strani, che fanno cose strane, a volte sono d’accordo, ma al tempo stesso penso che sia una cosa tremenda ritenere i miei personaggi strani perché in realtà fanno quelle cose che nella vita fanno star meglio. Bisogna capire cosa vuol dire strano, ormai è strano ciò che ti fa star bene scegliere gli affetti piuttosto che il denaro. Se questo è essere strano, io sono felice di raccontare persone strane e sono inquietato dal fatto che sembrino strane».

Tutta la banda dei nonni alternativi non potrà leggere queste pagine …

«No ed è un mio grande dispiacere che tutte queste persone non ci siano più: hanno vissuto intensamente e non erano predisposti a vivere tantissimo, erano gente che amava non farsi mancare niente. Erano in questo degli splendidi versiliesi che vivevano la vita veramente senza tirarsi indietro. Però ho cominciato a scrivere per questo, perché mi sono accorto che le storie possono mantenere in vita delle persone che non ci sono più. Io ho già raccontato del mio zio Aldo in un altro romanzo e quando mi succede che dagli Stati Uniti un lettore americano mi parla di “uncle Aldo”, sapere che del mio zio Aldo, che purtroppo non c’è più e non era mai uscito dalla Toscana, se ne parla dopo tanti anni in America, me lo fa vivere e viaggiare. E per me è una grande soddisfazione».

Storie di ordinaria quotidianità …

«La Storia con la “s” maiuscola è fatta dai grandi e dai potenti e non mi interessa. Anzi, mi annoia moltissimo. Invece le persone vere che fanno poi il mondo, non le racconta mai la storia e allora e spesso erano persone che non sapevano scrivere, come nel mio caso, la loro storia e allora la scrivo io».

Lo scrittore Fabio Genovesi
Lo scrittore Fabio Genovesi


E’ a loro che è dedicato il romanzo…

«Sì, la dedica è ai miei strani maestri. E non solo a questi miei strani parenti, ma anche ai loro amici e a tutti i grandi raccontatori che c’erano e ci sono in Versilia. Io sono un appassionato di racconti. Io amo i libri perché amo i racconti e il libro è un modo per raccontare le cose. Però secondo me il racconto orale è fondamentale. Quando mi intervistano e mi chiedono quali autori mi hanno influenzato di più io faccio sempre dei nomi di scrittori che non dicono niente a nessuno, perché spesso sono nomi di persone che non sapevano nemmeno scrivere. Però sapevano raccontare tantissimo ed erano questi signori anziani e meno anziani delle nostre terre. Forte dei Marmi, la Versilia si prestano molto al lungo racconto: i lunghi inverni vuoti stimolavano la fantasia. Oggi non viviamo più nella dimensione del racconto lento e relazionato, ma in quella in cui tutti dicono tutti e fanno vedere. L’epoca dei selfie».

Dal sociale al social …

«Esatto ed è proprio l’opposto, perché la magia del racconto è appunto raccontarti qualcosa che non puoi vedere: allora te la racconto io in un modo magico. Adesso vige la moda di far vedere senza raccontare con l’illusione di farlo. In realtà è solo esibizione di se stessi e delle proprie cose. I ragazzi non ascoltano più perché non li sappiamo più raccontare qualcosa. Invece hanno un grande interesse: ma l’attenzione non è dovuta, te la devi meritare. Ci sono persone che raccontano cose noiosissime o piene di boria per far vedere cosa sanno con tono professorale e loro giustamente se ne fregano perché in un mondo pieno di stimoli hanno anche altre cose. Invece se racconti qualcosa che li interessa, ti ascoltano. Lo vedo girando nei licei. Non sono neanche loro i più social, ma i loro genitori con tutti i loro selfie e spesso i loro figli sono un mezzo per avere più like nelle foto».

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La Versilia non manca mai come un po’ nei precedenti suoi romanzi…

«Sì, tranne Esche vive sono tutti ambientati in Versilia. Con Morte dei Marmi volevo raccontare i problemi di questa terra i pregi e i difetti, in realtà era un canto d’amore per la mia città. Ora per me la Versilia è una terra di narrazione e quello che mi interessa è cantare il mito di questa terra ma non quello che è stato costruito degli anni Sessanta: la nostalgia mi infastidisce come i soliti discorsi su Mina o D’Annunzio o la famiglia Agnelli. Mi interressa trasformare la Versilia in una terra di racconti emozionante per chiunque. Anche per chi vive lontano. Un posto dove ci sono il mare e le montagne e quando racconti una storia puoi far succedere di tutto. E’ il luna park della narrativa».

Versilia, ma ancor più il mare…

«Al mare ci sono nato, però spesso ho bisogno di essere più tranquillo per lavorare e allora mi fa molto bene andare sulle Alpi Apuane dove ci sono ancora piccoli posti dove ti metti al bar in 20 minuti e ti allontani dai templi degli aperitivi».

Come scrive Fabio Genovesi?

«Rigorosamente a penna su carta, e sempre su taccuini. Ma quelli pubblicitari, di elettricisti, ditte di forniture idrauliche o quel che trovo. Mi danno fastidio le cartolerie, i notes griffati, le penne costose. Mi piace scrivere su carta semplice. Le prime stesure che conservo sono scritte così. Un libro mi sta in cinque o sei taccuini. Io scrivo lì e poi tante volte sposto alcune cose ritagliando fisicamente i pezzi di carta e incollandoli: il “taglia-incolla” è proprio fisico. Dalla terza e quarta stesura vado col computer. Però è una scrittura diversa: un romanzo lo scrivo 40/50 volte».

Quando la definiscono uno scrittore naif ci si riconosce?

«Io cerco solo di vivere in una maniera che mi sembra più semplice: se tutti vanno ad un evento in giacca e cravatta io ci vado in maglietta e infradito non per provocazione ma perché trovo stupido impiccarsi con una cravatta e starci male. Allora viva essere naif. La vera schiavitù è di noi stessi. Schiavi del telefono? Basta non rispondere».

Chi è il primo lettore delle bozze di un romanzo?

«Io sono tremendo non le faccio mai leggere a nessuno mentre ci lavoro. Solo quando il libro è finito lo legge l’editor di Mondadori per lavorarci. Ma a livello di consigli non intendo farlo leggere a nessuno».

Scrive a casa, all’aperto, in uno studio?

«A casa mia sempre in giardino. Anche in inverno con il cappotto mi piace star fuori… ho una vaschetta con i semi per gli uccelli che vengono, mangiano e io mi sento in compagnia. Invece quando devo avere delle idee, a volte passeggio sul mare ma è più raro. Sennò prendo la macchina e vado in autostrada e guido a caso, la notte, con un taccuino accanto, cellulare spento. In questo modo mi allontano da tutto, arrivo al casello dove devo arrivare, poi mi giro e torno a casa».

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