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Addio a Luisa, che sopravvisse all’eccidio nazista

Si salvò perché il padre la nascose in una miniera. Dopo la strage di Sant'Anna di Stazzema si sposò con un altro superstite

STAZZEMA. Gli alunni del liceo Russell di Cles (comune della Val di Non, Trentino) sono in Versilia in visita al Parco Nazionale della Pace di Sant’Anna. Oggi sapranno che un altro superstite della strage del 12 agosto del ’44, Luisa Lazzeri, ci ha lasciato: non potrà più raccontare la sua storia; non potrà più far rabbrividire con quello che videro i suoi occhi.

Il Museo della Resistenza con le foto e i cimeli delle vittime dell’eccidio fa impressione. Molta di più, però, ne fa vedere i ruderi delle abitazioni - alla Vaccareccia, ad esempio - dove le vittime morirono bruciate o trivellate di proiettili. Ma queste tracce di storia sembrano sempre più solitarie, e perdono forza, perché anno dopo anno i sopravvissuti scompaiono.

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Luisa Lazzeri era nata a Stazzema, il 21 giugno del 1926. Era figlia di Martino Lazzeri e Agata Ulivi. Aveva 18 anni nel 1944, quando la divisione nazista comandata dal generale Max Simon e formata anche da aliquote della 36ª brigata Mussolini travestite con divise tedesche all’alba del 12 agosto arrivò a Mulina per poi finire a Capazzano Pianore, rastrellando vite. In mezza giornata vennero uccisi centinaia di civili, di cui solo 350 identificati. Tra loro c’erano anche 65 bambini. Luisa, come altri, scampò alla strage solo per fortuna, per un gesto quasi inconscio, un atto d’istinto: il padre decise di nasconderla, con i fratelli e le sorelle, nella cavità di una miniera; durante il raid dei nazifascisti nessuno li scoprì.

Oltre ad essere una miracolata, Luisa sarà anche ricordata come la donna di Sant’Anna che per prima donò di nuovo una vita a quei borghi ancora traumatizzati. «Lei non era nativa di Sant’Anna ma abitava a La Porta a Farnocchia», spiega Enrico Pieri, un altro dei superstiti, presidente dell’associazione Martiri di Sant’Anna. Oggi sarà lui ad accogliere i liceali a Sant’Anna. «Luisa sposò Amos Moriconi, che sulla piazza della chiesa - prosegue Pieri - perse la moglie, la figlia di due anni, la madre, due sorelle, un fratello e il suocero. Insieme ad Amos cercarono subito di ricostruire una famiglia, e Luisa fu una delle prime donne a cui nacque un figlio a Sant’Anna: Umberto Morico, nato nel ’47». E oggi sempre vivo.

«Ogni tanto - racconta lui, Umberto - mia mamma mi raccontava quello che era successo, ma solo crescendo sono riuscito a capire ciò che avevano veramente sofferto».

Luisa Lazzeri è se ne è andata all’ospedale Versilia giovedì sera. Dal ’64 si era trasferita, e abitava tutt’oggi, a Valdicastello in località Santa Maria con i figli. «Aveva 18 anni quando si consumò la strage a Sant’Anna - ci racconta la figlia Mara - era lassù da sfollata».

Per lei avvenne un doppio miracolo. «Quel giorno sua mamma - ricorda Mara - voleva scendere fin sulla piazza della chiesa, perché c’erano i loro parenti, ma mio nonno insistette che era più sicuro il bosco: quello che successe davanti alla chiesa lo conosciamo tutti; se fosse stata lì anche lei...».

Sulla piazza morirono 130 persone circa, tra cui don Innocenzo Lazzeri, a cui in seguito fu riconosciuta la Medaglia d’oro al merito civile perché tentò fino all’ultimo di salvare le donne, i vecchi ed i bambini accerchiati dai nazisti.

Oggi Enrico Pieri, agli alunni di Cles, racconterà anche questa storia, proprio mentre i ragazzi passeggeranno su quel prato verde, dove pochi giorni prima dell’eccidio una dozzina di ragazzi giocava e furono immortalati in una foto in girotondo.

«Da parte di tutti i membri dell’associazione Martiri di Sant’Anna - dice Pieri - vanno le più sentite condoglianze alla famiglia. Oramai i superstiti si stanno riducendo ai minimi termini e ognuno che muore è uno in meno che c’è».

 

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