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Il 1944 in Versilia e la tragedia degli sfollati

Lo storico fortemarmino Federico Bertozzi racconta in un saggio il dramma di quegli anni

di FRANCO A. CALOTTI

C’è stato un tempo, settant’anni fa, in cui la consapevolezza si infiltrò nelle case dei versiliesi disvelando il volto della paura. Correva l’anno 1944, e con l’avvicinarsi del fronte, la costruzione della Linea Gotica avrebbe dovuto bloccare l’avanzata Alleata, imponendo di abbandonare tutto e fuggire. Un periodo tragico ricordato ormai solo nelle storie dei nonni e dei familiari che lo vissero in prima persona - quello degli sfollati - sul quale un giovane storico fortemarmino, Federico Bertozzi, ha indagato a lungo, producendo quella che è oggi la prima vera analisi di questo fenomeno di massa. Attaccarono i fogli: si doveva sfollà! appena pubblicato da Pezzini Editore è dunque la prima vera indagine storico-antropologica su quella che fu l’esperienza dello sfollamento in Versilia nella Seconda Guerra Mondiale. «Uno studio che nasce dai racconti del nonno materno, Carlo Giannelli, ai quali mi appassionavo già da bambino – spiega Bertozzi - e per quanto possa apparire assurdo erano racconti, e l’ho verificato in tanti ex sfollati, in contrapposizione al presente e dove si ricordava non tanto il disagio, ma la solidarietà e la generosità che erano diffuse».

Il tuo libro è una sorta di pietra miliare per la storia dello sfollamento della Versilia…

«In effetti c’era soltanto un piccolo studio di Giovanni Cipollini dedicato al Progetto di sfollamento della Provincia messo a punto dalla R.S.I. e che fallì».

Azioniamo, dunque, la macchina del tempo: quando nasce il problema di sfollare i versiliesi?

«Nasce nel 1944 parallelamente alla costruzione della Linea Gotica e per l’esigenza dei tedeschi di muoversi liberamente su quello che sarebbe diventato campo di battaglia. In particolare per cantierare le opere di difesa previste senza l’intralcio della popolazione e, cosa ben più importante, per sgomberare il territorio da ogni possibile sostegno alla Resistenza. Il piano della Rsi applicato preventivamente nell’aprile solo a Viareggio si dimostra inefficace e tutto riparte con la gestione dei Comandi tedeschi di zona. Così a partire dal 30 giugno, giorno in cui in otto ore fu sgombrata Forte, le truppe germaniche emanarono una serie di ordinanze in successione per lo “sfollamento totalitario” della Versilia. Solo poche ore per lasciare tutto e incamminarsi sull’Aurelia verso il Passo della Cisa e dirigersi a Sala Baganza, dove dovevano convogliare tutti i versiliesi, con la minaccia a chi restasse di venir ucciso come sabotatore».

Cosa accadde però?

«Accadde che gran parte della gente non andò affatto verso Parma, ma rischiando, andò nell’entroterra e salì sui monti dove tutti avevano qualche legame di parentela o amicizia, trovando alloggio in rifugi di fortuna, metati, boschi, finanche grotte, anche perché in tutti c’era la sensazione che gli americani arrivassero presto. Un partigiano famoso come Giuseppe Spinetti disse in quei giorni a Idalgo Antonucci di Farnocchia che me l’ha riferito: “Ida’ forse ci si fa a fa’ un bagno al mare da liberati prima che l’estate finisca!”. La gente risale dapprima verso Seravezza, ancora non interessata dalle ordinanze, ma dopo il 5 luglio con lo sfollamento della fascia delle colline da Strettoia fino alla foce del Cinquale, la popolazione sfollata sale ancor più su, sulle Apuane. La situazione peggiora rapidamente sul piano alimentare e sorgono le prime difficoltà igienico-sanitarie. Tant’è che tuttora a Seravezza c’è una piccola lapide che ricorda come il tifo durò fino al 1947, ben due anni dopo la fine della Guerra».

Sullo sfollamento ci sono state varie interpretazioni...

«Sì, Alfieri Tessa, sottolinea, ad esempio, il carattere di ricatto. In sostanza i tedeschi avrebbero pensato “O sfollate tutti, oppure lavorate per noi”. Personalmente non condivido questa tesi perché la Todt, l’organizzazione che curava l’arruolamento della manodopera, non ha mai avuto problemi a reclutare gente in Versilia; pagava, dava da mangiare in tempi grami, evitava la leva della Rsi e garantiva impiego in zona. E ricordo che per i versiliesi i cantieri erano davvero vicini e la sera si poteva tornare a dormire a casa. Riprova ne sia, poi, che i tedeschi si accorsero, ad un certo punto, che sfollare con puntiglio provocava anche la fuga degli operai della Todt che seguivano le famiglie».

Attaccarono i fogli: si doveva sfollà! come suggerisce il titolo del tuo libro; ma poi cosa accadde?

«Ci fu subito evidente una discrepanza che sarebbe divenuta una costante: i tedeschi minacciavano pesantemente la popolazione perché se ne andasse, ma nei fatti si disinteressarono a dove la gente si dirigesse, tant’è che avrebbero dovuto scortare gli sfollati verso Sala Baganza per difenderli e assisterli, ma non lo fecero mai. Voglio dire che il precipitare della situazione militare impedì loro di eseguire con cura ciò che avevano pianificato. Intanto arrivano le bombe: Viareggio è colpita fin dal novembre del ’43, ma dal 18 maggio è Ponterosso a farne le spese e il 26 di maggio, alle due di notte, scatta anche uno spaventoso bombardamento dalle navi inglesi al largo di Focette in direzione del Forte e di Ripa che disorienta e spaventa. Al Forte scrive il Commissario prefettizio Ugo Picchiani, che fu a Palazzo Quartieri dal 1941 al 1944, ci furono cinque morti. Nelle case si cominciano dunque a preparare i “bolgi”, soprattutto con vestiario e cibarie da portare con sé, quando le cose precipiteranno, e chi ha qualcosa prova anche a nasconderla e ci si tiene pronti. Un’opera dolorosa di ricognizione domestica per decidere cosa lasciare e cosa portare. Pochi gli sfollati volontari di queste ore, ci si prepara però al peggio che al Forte arriverà solo a fine giugno. I più scappano a piedi con la roba in spalla e la bici usata come portantina; poche le carrette magari con qualche anziano in difficoltà e nessun veicolo perché già requisito da tempo, ma fiumi di gente in esodo dal sapore biblico, con strade piene di famiglie impaurite, bimbi piangenti e tante scene strazianti. E quando il 10 luglio arriva l’ora dello sgombero per Seravezza anche chi si era r. ifugiato qui deve ripartire e cercar riparo nello Stazzemese. Passeranno però pochi giorni (il 27 luglio sfolla Pietrasanta e il 29 a sorpresa la stessa Stazzema che nessuno immaginava coinvolta) ed è il caos totale. C’è chi continua a disperdersi sui per i monti, alcuni osano tornare nella Piana magari a recuperare qualche provvista nascosta, altri finiscono in località “fuori dal mondo” come Sant’Anna, altri nel camaiorese. Tutti però in attesa degli Alleati che erano sull’Arno già il 22 luglio. Tra i tanti testimoni che ho ascoltato molti ricordano quei giorni con una vena polemica verso gli Americani che “stentavano a dare la spallata ai tedeschi”. In effetti i tempi, come sappiamo, non furono così brevi come le distanze lasciavano supporre, anche per la strategia Usa di procedere con sicurezza e prudenza che faceva a botte con le sofferenze della popolazione che raggiunsero il massimo nell’agosto di sangue che tutti conoscono».

C’è qualche episodio rimasto indelebile nella memoria degli sfollati?

«Sì con l’inatteso sfollamento di Stazzema, dopo il 29 luglio, la gente scende in buona parte verso la piana e transita dal Ponte di Seravezza, dove tutti ricordano la straziante scena dei due impiccati ai pali della luce. In realtà furono quattro le persone uccise, colpevoli solo di essere nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, ma due furono subito seppellite nel greto del fiume. “Banditi” che furono visti da tutti e lasciati lì a monito di chi riguadagnava l’Aurelia, passando per Ripa e Strettoia praticamente già rase al suolo. Nessuno però, anche stavolta, si dirige verso Sala Baganza e ci si rifugia piuttosto nelle zone meridionali della Versilia: negli alberghi di Marina di Pietrasanta e del Lido rimasti abbandonati, nell’Augustus, nell’Ariston, e naturalmente nelle ville di Roma Imperiale. La situazione è gravissima: scontri, rappresaglie, bombardamenti, fame e dolore: il fronte si avvicina e fa sentire i suoi venti di morte fino a settembre, quando il 19 gli Alleati liberano finalmente Forte e Pietrasanta e il 6 ottobre anche Seravezza. Liberazioni però più sulla carta che effettive perché gli Alleati inviano reparti non d’élite e con scarsa conoscenza dei luoghi che non manca invece ai tedeschi, asserragliati sulla Gotica. Insomma la Versilia diventa un territorio non completamente liberato mentre arriva l’inverno con la popolazione allo stremo».

Ci fu qualche eccezione?

«Sì Arni, che di fatto fu l’unica località versiliese rimasta sempre al di là della Linea Gotica e dove fino al 18 aprile ’45 rimasero i tedeschi che avevano fatto saltare la via d’Arni e il Cipollaio. La comunità a dire il vero fu sfollata il 7 luglio del ’44, ma riammessa nelle case già due settimane dopo e lì lasciata fino alla fine della guerra, in una convivenza, come attestano i ricordi dei testimoni, non particolarmente negativa con i tedeschi e gli Alpini della Monterosa della RSI. E quando Arni fu liberata, dopo sette giorni la guerra era già finita».

A proposito di buoni rapporti con i tedeschi…

«Sì tanti testimoni della mia ricerca mi hanno detto che con i soldati della Wehrmacht avevano spesso buoni rapporti: al Forte fecero partite di pallone con i locali, a Strettoia andavano a cantare alla Messa, qualcuno suonava nella banda e c’era chi gli lavava le divise in cambio del famoso pane nero. Quando però l’esercito regolare viene spedito sulle nostre alture a difendere la Linea Gotica, arrivarono le SS e cambiò tutto. Ma c’è anche chi ricorda in barba all’epopea camion Usa che razziavano intere vie del Forte e atteggiamenti fastidiosi e qualche violenza delle truppe Usa, perlopiù truppe di colore, già discriminate anche nelle loro fila».

Quando finisce tutto?

«Sostanzialmente con l’offensiva del 5, 6 e 7 aprile del 1945 e la liberazione di Massa il 10. La gente ritorna così a casa o a quello che ne è rimasto, trova situazioni irriconoscibili, ed è disorientata. Mancano i punti di riferimento delle comunità il vecchio bar, l’oratorio, l’uliveto, la marginetta, la chiesa».

Quanto tempo passa perché gli sfollati tornino cittadini?

«Poco. Tutti si rimboccarono le maniche e non fu un caso che tra le prime a essere ricostruite furono proprio le chiese (Strettoia, Querceta, Ripa, l’Annunziata di Seravezza) perché fulcro delle comunità e per un riconoscimento di fatto ai preti versiliesi che rimasero con gli sfollati fino all’ultimo. Come Padre Ignazio da Carrara che rimase nel suo oratorio di Vittoria Apuana dove fu giustiziato perché non se ne voleva andare o Don Fiore Menguzzo che ospitava gli sfollati in chiesa e così Don Innocenzo Lazzeri caduto per la stessa ragione a S. Anna. Certo un atteggiamento ben diverso da quello delle cosiddette Autorità civili».

Tornati a casa gli sfollati, che estate fu quella del ’45?

«Surreale. La spiaggia era tutta minata e non si pensava certo di andare a fare i bagni al mare. Cominciò invece una colossale opera di sminamento che dopo gli Alleati e il

ricostruito Esercito nazionale fu affidata anche ai civili, istruiti in appositi corsi, molti dei quali come Antonio Landi, caddero da eroi per recuperare il territorio versiliese che aveva assistito in prima fila a una dura guerra di posizione durata sette mesi».

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