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Quando all’Hop Frog mi tremarono le gambe

Carlo Verdone e quella mitica serata del ’77: fu il mio primo show fuori Roma «Feci il prete di campagna, alla fine ci fu anche il dibattito. E la scampai»

VIAREGGIO. «Ho fatto qui il mio primo spettacolo fuori Roma, nel 1977. All’Hop Frog, non so se ve lo ricordate: un posto fantastico, dove si sperimentavano cose nuove e si faceva cultura. Allora Viareggio era così. Mi tremavano le gambe, e la situazione peggiorò quando mi dissero che dopo lo show ci sarebbe stato il dibattito politico sulla satira: lì mi avrebbero giudicato come una specie di tribunale. Per fortuna, la scampai».

Nel giorno della sua celebrazione come “portabandiera” del Carnevale, Carlo Verdone giocherella con un bellissimo ricordo della Versilia (e del Verdone) che fu, nel modo che gli è più congeniale: a metà strada tra la nostalgia e l’ironia, lungo quel suo essere “malincomico” che ne ha fatto il marchio di fabbrica in tutti questi anni.

E alla fine del suo racconto sull’Hop Frog, storico locale sul Molo, si concede anche un delizioso siparietto con Enrico Petri, il re del Carnevale. Che gli rende omaggio con un vassoio di paste - che Verdone, goloso, pregusta subito - e il ricordo di averlo applaudito in quella serata, in cui aveva mostrato uno dei suoi personaggi mitici: il prete saccente di campagna che vuole mostrarsi amichevole e moderno, visto anche in Un sacco bello. E Verdone, a quel punto, ne concede un assaggio generoso alla platea viareggina di 35 anni dopo. Un modo per placare la fame di un tocco, o di una foto rubata tra schiene e spintoni.

Già, perché l’abbraccio che la città ha riservato all’attore e regista - l’unico erede, assieme a Paolo Virzì, della commedia all’italiana dei Monicelli e Risi - è stato entusiasta. Anche troppo. Fin dalla cerimonia di premiazione in Fondazione, Verdone è parso imbarazzato, emozionato, forse un po’ provato. Al momento di ricevere il Burlamacco d’oro e il Cavalierato del Carnevale, lui - ipocondriaco per definizione - sembra a suo agio solo col microfono, quando riesce a tenere a bada la folla, che riempie la sala come un uovo. Lì ha il tempo di ricordare le estati in Versilia e la sua folgorazione alla Cittadella, visitata sabato sera con la figlia dopo la cena in Darsena: «È un luogo felliniano, che mi ha ricordato la magia e la poesia della vecchia Cinecittà. Girare un film lì sul Carnevale? Non so, non credo. Il Carnevale dovrebbe entrare in una storia, in un soggetto. Sicuramente, però, alla Cittadella ho visto delle cose che mi hanno colpito: il buio, i portoni semichiusi, i carri enormi. C’è un’atmosfera incredibile». L’ennesimo messaggio che suona come un rimprovero, per la città che non sfrutta come dovrebbe la Cittadella.

Ma proprio su cosa è diventata Viareggio, che non a caso Verdone ricorda come un laboratorio culturale straordinario - dalla musica al teatro, passando per il cinema - che il suo tono si fa decisamente malinconico. «Mi dite che questa città ha perso parte del suo prestigio culturale? È l’Italia intera che lo ha perso. La crisi che stiamo attraversando per tutti è economica, ma in realtà è una crisi di valori. Questo è il vero problema». Poi Verdone si rigetta nella folla. Ma con moderazione: dopo aver issato la bandiera di Burlamacco per l’apertura ufficiale, si accomoda nella tribuna di piazza Mazzini dove riesce a fatica a respingere gli assalti

dei fan e dei curiosi. Compreso un vassoio di dolcetti che rifiuta con cortesia: «No, grazie, sono pieno, gnaa faccio più». Una scena che ricorda tanti personaggi, teneri e impacciati, rimasti nel cuore della gente.

@matteotuccini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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