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La città dell'anima saluta il suo poeta: è morto Ghilarducci

La scomparsa dello scrittore viareggino è avvenuta martedì, ma la famiglia l'ha comunicata solo ieri

 Lo scrittore viareggino Pietro Ghilarducci è scomparso martedì a Milano. Era nato a Viareggio nel 1932. Laureato in Scienze politiche, lavorò nella redazione del Corriere Lombardo. In seguito ha lavorato, come addetto all'ufficio stampa e pubblicità, alla casa editrice Garzanti, Recatosi a Londra, ha collaborato ai servizi esteri della BBC. Rientrato in Italia, fu assunto dalla Rizzoli, dove è rimasto oltre vent'anni, con mansioni di editing, lettore, traduttore, revisore di testi, e presso la quale sono usciti i romanzi La moglie giovane (premio L'Inedito), L'ombra degli ippocastani, Un atto d'amore, Il bivio (Premio Vallombrosa), La ristrutturazione, La città dell'anima. di Corrado Benzio  Se ne è andato come ha vissuto. In punta di piedi, con l'assoluta discrezione che lo caratterizzava.  Pietro Ghilarducci è morto martedì scorso in una clinica milanese dove era ricoverato da qualche settimana. Il tumore che lo aveva colpito non gli aveva dato scampo e a 78 anni lo ha portato lassù, a ritrovare la madre, che lo aveva lasciato quando Pierino - lo chiamavamo così - era poco più che ragazzino.  Quel lutto, Pietro Ghilarducci lo aveva descritto con parole di assoluta commozione nel suo «La città dell'anima», ultimo libro edito.  Un atto di amore verso Viareggio che vale - non credo che l'amicizia mi faccia schermo - il sicuramente più celebre «Sulla spiaggia e di là dal molo» di Tobino.  Piero, mi è difficile chiamarlo diversamente, lo aveva pubblicato direttamente nella Bur, l'economica della Rizzoli, in anni perigliosi.  Stava infatti combattendo la sua battaglia per evitare che si costruisse un porto turistico sulla spiaggia di Ponente, più o meno davanti il bagno Nettuno.  Aveva fondato l'associazione «Viareggio sempre», raccolto un buon numero di soci e si piazzava in prima fila ai consigli comunali che parlavano di quel progetto. Partorito dalla politica più che dalla logica.  Erano gli anni della giunta anomala Pci-Dc e la decisione di realizzare un porto davanti alla Madonnina era solo la risposta alla richiesta di una parte di città (e del Psi, allora all'opposizione) che voleva un porto a Levante.  Una manovra solo politica, ma Pierino vedeva in quella scelta per lui scellerata la volontà di distruggere quello che restava dell'antico fascino di Viareggio. Insomma se non ci sarebbe stato il porto a ponente, si preparava sempre qualcosa che minacciava la città. Da qui il nome dell'associazione.  Erano i primi anni Novanta, era da poco andato in pensione dalla Rizzoli, aveva tempo per stare a Viareggio e dedicarsi alle sue due passioni: la bicicletta e il mare.  Spesso stava da solo, spesso era raggiunto dalla moglie Francesca e dall'adorata figlia Maria Teresa.  Quando non stava bene ricordava che avrebbe voluto morire lì a Viareggio, sulla battigia davanti al suo mare. E intanto inforcava la bicicletta e arrivava ovunque. A nord si spingeva fino a Forte, a sud andava in pineta e verso il Balipedio e verso i fortini rimasti dentro la Macchia Lucchese.  Da anni lavorava ad un romanzo con sfumature gialle ambientato in quella pineta. Di cui conosceva praticamente ogni pino e di cui lamentava, anno dopo anno, il continuo degrado.  In un appassionato articolo sul Tirreno descrisse la pineta come una cattedrale e paragonò i pini ai pilastri e alle colonne che reggevano le navate.  Era un grande scrittore Pietro Ghilarducci. Il suo primo romanzo ottenne il premio L'Inedito. Altri riconoscimenti arriveranno, ma il suo vivere di letteratura e non di pubbliche relazioni gli ha impedito, come era logico, un più ampio successo popolare. Pubblicando sempre con il più grande editore italiano.  Sapeva cosa volesse dire scrivere, raccontare, recuperare i fili di una storia, delineare i ritratti psicologici dei personaggi.  Ma la letteratura andava troppo veloce, i modelli erano cambiati. Comunque lui non se ne doleva. Quando lasciò la Rizzoli, dove aveva fatto l'editor (raccontava i segreti di famosi scrittori ai quali erano stati riscritti interi capitoli dei libri) scrisse due bellissimi libri (oltre al romanzo di Viareggio, anche la Ristrutturazione, impietosa storia sul mondo del lavoro e su come, appunto, si tagliava il personale) ma soprattutto tornò alla sua grande passione giovanile che era il giornalismo.  Su Repubblica raccontò i giornalisti della Milano d'oro. Fra questi c'era Indro Montanelli, che Pierino aveva frequentato per lunghi anni.  «Caro Piero - lo apostrofava il grande Toscano di Fucecchio - nella mia carriera ne ho conosciuti tanti di popoli, ma peggio degli italiani, nessuno».  Una frase in pieno stile montanelliano, apodittica. Che Ghilarducci spesso usava come rafforzativo delle sue idee e impressioni sugli italiani (e anche lui era tutt'altro che ottimista sulla Penisola, e questo quando ancora non si era affacciato in politica Berlusconi).  Aveva lavorato a lungo a Londra e quindi non poteva non apprezzare la compostezza e la disciplina di quel popolo che da solo aveva resistito ai Nazisti. Né poteva non giudicare negativamente le italiche arlecchinate.  Pietro era un moderato, avverso a qualsiasi totalitarismo. Raccontava con un certo orgoglio che a poco più di 12 anni, insieme ad un compagno di scuola, lanciò un sasso contro un camion di soldati tedeschi. Stavano transitando su via Leonardo nei giorni precedenti lo sfollamento. «Ci nascondemmo fra i cespugli della piazzetta Santa Caterina e li colpimmo, poi naturalmente si fuggì. Temevamo - ricordava - ci volessero prendere, ma in realtà quei sassi non fecero alcun danno, né alterarono il loro umore».  Ricordava la Viareggio del Dopoguerra, dalla quale fuggì per andare a studiare a Roma. «A Viareggio - ricordava - non si sapeva come passare l'inverno. Al massimo c'era il cinema e poi si usciva e si trovava la Passeggiata deserta. E allora ci si fidanzava in casa, quasi per noia. Successe a tanti miei amici. A me no, perché decisi di scappare a Roma».  Si laureò in Scienze Politiche nella capitale, ma soprattutto conobbe Arturo Paoli, il prete ribelle che fu poi mandato in Brasile per evitare che facesse venire dei grilli sulla testa agli studenti cattolici di cui era cappellano.  In Versilia tornerà anche per i suoi, ripetuti, guai di salute. Soffriva di diabete ma era un goloso, di tutto ma soprattutto di dolci (e gelati). Dopo il test della glicemia, se le cose erano positive, subito una coppa «cioccolata e crema» in Passeggiata.  Ci teneva ad entrare nella giuria del premio Viareggio, ma quella soddisfazione non se l'è goduta a lungo.  Gli piaceva stare fra i giurati non per il potere di decidere la fortuna degli autori, ma per ribadire la sua idea di letteratura. Che era un'idea alta, nobile.  Ad un certo punto, dopo Tangentopoli - era la seconda metà degli anni Novanta - gli fu anche chiesto di fare il sindaco. Era il momento dei professori, degli intellettuali, della gente pulita. Pietro disse no, lui che era pulito dentro, quasi candido in certi suoi atteggiamenti.  Proprio per questo non credo che sarebbe stato un buon sindaco, la politica richiede altri stomaci. Come la letteratura di oggi. Non amava i compromessi, soprattutto non amava il potere, né le sue combriccole.  In questo era totalmente viareggino, e citava spesso la frase molto salmastrosa «Ma che vole lullì?», per ricordare il carattere anche abrasivo di chi vive all'ombra della torre Matilde.  Pierino è stato cremato e le sue ceneri torneranno qui. Per sua volontà riposeranno accanto alla madre al cimitero della Misericordia. Tornare per sempre a Viareggio e tornare dalla mamma.
Il suo viaggio si conclude nella città dell'anima. Che speriamo lo sappia ricordare degnamente.  Noi, gli amici del Tirreno da oltre vent'anni, ci impegneremo perché ciò accada.  Ciao Piero, che il libeccio accarezzi i tuoi pensieri.

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