Il Carnevale proibito

Dal fascismo a Chirac cent’anni di censure

    di Simone Pierotti A Carnevale ogni scherzo vale. Non sempre, però. Non a Viareggio, almeno. La bocciatura dei bozzetti presentati per la prossima edizione dalla coppia Gilbert Lebigre-Corinne Roger (sugli esponenti della Lega) e da Enrico Vannucci (sul caso "Papi" e veline) è solo l’ultimo episodio, in ordine di tempo, del convulso rapporto tra satira politica e censura nella storia del Carnevale nostrano. Perché, se da una parte vi furono, fin da subito, tentativi di mettere alla berlina il potere, sul versante opposto una nutrita schiera di bersagliati provò a limitare questi sberleffi, lasciando cadere la mano pesante della censura. E così è stato negli oltre 130 anni di questa manifestazione.

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    Episodi di satira. Primi episodi di satira (e censura). Appena nato, eppure già contestatore e dissacrante: è il 1874 e a Viareggio, in seguito all’incoraggiante esordio di un anno prima, è nuovamente Carnevale. A margine della parata di carrozze fiorite, lungo via Regia, viene organizzato un concorso a premi per maschere, con tanto di giuria: ad ottenere il massimo consenso è il travestimento alquanto bizzarro di un uomo che, attraverso una serie di giochi di parole, si prende beffe di tal Alfonso Piatti, agente delle tasse di Camaiore, dandogli del matto. Il diretto interessato, non gradendo la satira, porta a conoscenza del fatto il Prefetto di Lucca che, dal canto suo, invia una lettera al sindaco di Viareggio, chiedendo chiarimenti e minacciando di sporgere denuncia all’autorità giudiziaria. Il sindaco sbroglia la vicenda, etichettando le lamentele del Piatti come una mania di persecuzione, frutto insomma di una personale interpretazione della maschera vincitrice del primo premio.

    L’anno successivo è l’amministrazione comunale a finire nel mirino della satira: la notte del 7 febbraio fa irruzione al Teatro Pacini un gruppo di sei viareggini, i cui volti sono resi irriconoscibili da maschere con sembianze animali e vegetali, che polemizzano nei confronti della giunta (testa di zucca per il sindaco, testa d’a sino per l’assessore alla pubblica istruzione...). Gli autori della trovata vengono identificati dalle autorità comunali e, secondo alcune fonti, denunciati per vilipendio alle istituzioni. Sul finire del secolo (1899) la satira politica sale, intanto, a bordo dei carri allegorici, introdotti qualche anno prima: «L’alleanza italo-francese» vince le 40 lire di primo premio.


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    Il ventennio fascista. Dopo la luttuosa parentesi bellica e la ripresa nel 1920 (ma senza carri allegorici), il Carnevale viareggino riparte nel segno di alcune novità, tra cui il primo manifesto ufficiale, la nascita della rivista ufficiale ed anche la prima canzone ufficiale. Una di queste, «Maschereide» del 1922, suscita polemiche per il suo testo: è una canzone impegnata, che inneggia alla gioia, ma allo stesso tempo condanna quanti disprezzano l’uso della maschera. Quasi ad anticipare eventuali ripercussioni personali, l’autore Icilio Sadun ne elabora una versione più disimpegnata ed annacquata, dal titolo «Beoneide», destinata però a poco successo. Quanto ai carri, fare satira politica è pressoché impossibile: i bozzetti sono sottoposti all’a pprovazione di un’apposita commissione giudicante e delle autorità di pubblica sicurezza. «La satira al regime? Dio ne scampi, c’era da farsi ammazzare», dichiarerà in seguito il carrista Tono D’A rliano. Un celebre episodio di censura si verifica nel 1939 ed ha come protagonista un giovanissimo Arnaldo Galli: il futuro decano dei maghi della cartapesta si cimenta nella realizzazione di un carro lillipuziano ispirato al film «Un giorno alle corse» dei fratelli Marx. Un gerarca fascista gli impone di bruciarlo, poiché celebrava un’opera di attori con origini ebree (in Italia, nel frattempo, erano state introdotte le leggi razziali). Una curiosità: è in questi anni che si decide di recintare i viali a mare dove sfilano i carri, introducendo l’ingresso a pagamento.

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    Anni ’60. E’ il boom della satira politica. Esauritasi un’altra tragica esperienza, i festeggiamenti riprendono nel 1946: il rinato Comitato Carnevale non impone limiti ai carristi sui temi da affrontare, ad esclusione di quelli a carattere religioso, politico e militare. Prevale, dunque, la voglia di tornare a ridere e scherzare gioiosamente, senza prendere di mira i potenti di turno. Il Carnevale cade così in quello che viene definito una sorta di «qualunquismo allegorico»: con gli anni Sessanta però, oltre al boom economico, a Viareggio giunge anche quello della satira. Nel 1961 la Rai, che proprio sui viali a mare aveva effettuato la sua prima diretta tv esterna, riserva riprese e commenti sbrigativi ad alcune costruzioni ritenute politicamente scomode: la più danneggiata è «Mercato comune» di Arnaldo Galli, complesso mascherato che vince, comunque, il primo premio.
    27 settembre 2009
     
     

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