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2006: Barone e il trionfo mondiale

Il centrocampista rivela alcuni retroscena del ritiro e soprattutto dei momenti di attesa prima della sfida in finale contro la Francia. LA FOTOGALLERY
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Olympiastadion di Berlino, 9 luglio, ore 18.15: gli azzurri sono appena entrati nel loro spogliatoio, tra poco meno di due ore si va incontro alla storia. Dentro o fuori. Nessuno si ricorda dei secondi. Italia-Francia vale il Mondiale. Nello stanzone c’è anche Simone Barone, uno dei pupilli di Marcello Lippi, uno di quelli che non ti lascia mai a bocca aperta per la sua giocata ma fa sempre la cosa giusta al momento giusto. Nasce lì, tra quelle quattro mura, la quarta stella azzurra.

«Il silenzio e la concentrazione erano pazzeschi, quasi da dar fastidio. Allora si alza Gigi Buffon e fa: “ragazzi, ma voi la Coppa del Mondo l’avete mai vista da vicino?”. Materazzi scuote la testa, Totti è perplesso, Cannavaro sorride… “io le ho vinte tutte, ma quella in effetti…”. Ci guardiamo negli occhi. E Cannavaro, nel silenzio, si alza in piedi: “Questo vuol dire che pochi uomini al mondo hanno avuto e avranno la possibilità di sfiorarla. Allora ragazzi andiamo a prendercela e alziamola”. Ecco, lì scattò qualcosa di speciale, capimmo che era il nostro giorno, perdere ci avrebbe lasciato un senso di vuoto per tutta la vita».

Si illuminano gli occhi a Simone Barone mentre rivive quei flashback. Classe 1978, di Nocera Inferiore, cresciuto ed esploso nel Parma, da dove il Palermo di Zamparini lo acquistò nel luglio del 2004 per cinque milioni di euro. Poi un altro passaggio milionario nell’agosto del 2006 (4,1 milioni di euro pagati da Urbano Cairo, fresco di presidenza, per portarlo al Torino). In nazionale 16 presenze e un gol, con due gettoni collezionati proprio nel mondiale in Germania: la prima nella terza partita del gironcino subentrando a Camoranesi, la seconda ai quarti di finale contro l’Ucraina per sostituire Pirlo.

«Certe volte mi chiedono se sento mio quel Mondiale. Mi viene da ridere. Ho giocato due partite e ho fatto parte di un gruppo pazzesco, unito come un pugno, certo che quel Mondiale lo sento mio. L’avevo vissuto passo dopo passo, senza farmi illusioni. Il primo step era restare nel giro della nazionale, poi quello più importante era entrare nella lista dei convocati, a quel punto l’ambizione massima diventava scendere anche in campo con la maglia azzurra. Ho vissuto queste tre pagine della mia vita con un’emozione e una carica pazzesca. Mi sento un uomo e un giocatore fortunato».

E pensare che mai vigilia era stata più inquieta. Calciopoli, quintali di fango sul movimento, un processo di distruzione che sembrava impossibile da arrestare, facendo poltiglia anche di una nazionale che doveva giocarsi il suo Mondiale. «Sono stati giorni molto duri, soprattutto a Coverciano dove non si parlava di altro. Uno cerca di estraniarsi, ma come fa? Due persone, in quei momenti così travagliati, ci hanno dato la forza di non mollare: Fabio Cannavaro, il nostro capitano, e il mister Marcello Lippi. Credo che abbiano fatto un capolavoro, roba di scriverci un trattato di psicologia. Cannavaro quasi ci sorvegliava, nel senso buono. Voleva essere sicuro che tutti fossimo carichi, che niente creasse crepe dentro lo spogliatoio. E Lippi è stato il vero comandante di una barca che non voleva affondare, con le sue parole che ci infondevano sempre serenità. Vinto il Mondiale, tutti hanno iniziato a raccontare che Calciopoli ci aveva dato ancora più rabbia e forza, ma solo noi sappiamo quanto sia stato difficile non crollare. Anche perché avevamo il mondo contro, non solo l’opinione pubblica italiana».

A complicare la strada, anche il dramma del tentativo di suicidio dell’ex azzurro Gianluca Pessotto. Una notizia piombata nel ritiro azzurro poche ore dopo la sofferta vittoria agli ottavi contro l’Australia. «Ricordo un gran caos. Qualcuno aveva ricevuto un sms – racconta Barone – poi iniziarono a piovere telefonate. Ma non si riusciva a capire bene cosa fosse successo. Del Piero, Zambrotta e Ciro Ferrara (uno dei collaboratori di Lippi) lasciarono il ritiro per andare da Gianluca, quel giorno nessuno riusciva a parlare di calcio. A cena tirammo fuori tanti aneddoti di Pessotto, e ogni volta ti assaliva la domanda “ma come è possibile?”. Anche perché pochi giorni prima era venuto a trovarci in ritiro, ad Amburgo se non sbaglio, prima della partita contro la Repubblica Ceca. Insieme cercammo anche un modo per mandargli un segnale, così alla fine della partita contro l’Ucraina ci sembrò bello sventolare il tricolore con la scritta “Pessottino siamo con te”. Comunque, anche in quei giorni la vera forza ce la regalò Marcello Lippi. Uno sguardo, una parola, una confidenza. Non so davvero come avremmo fatto senza di lui».

È incredibile come, a distanza di anni, si continui a raccontare quel Mondiale parlando poco o niente di calcio. Simone Barone annuisce. «È vero. Ma non la considero una bestemmia. Eravamo una squadra forte, ma soprattutto eravamo un gruppo imbattibile. I successi sono nati fuori dal campo. Trovando poi terreno fertile in un’Italia schierata bene, molto quadrata, con le idee sempre chiare. E con il livello della fiducia in noi stessi che si impennò dopo la vittoria nel girone di qualificazione».

Sette punti, primo posto, eppure… «eppure tutte le partite sono state delle battaglie. È incredibile quanto si rivelò alto il livello degli avversari. Ricordo ad esempio gli Stati Uniti: ci aspettavamo una squadra abbordabile, invece quelli correvano e giocavano il pallone alla grande».

Quel primo posto fu l’inizio della Grande Cavalcata. «Se devo essere sincero, l’emozione più forte l’ho provata in semifinale. Partita pazzesca, a Dortmund, in uno stadio con 80mila persone, tutte convinte che la Germania ci avrebbe stritolato. Ma noi avevamo dentro una forza e un orgoglio che non appartenevano ai tedeschi. E neanche alla Francia. A ripensare

adesso ai calci di rigore della finale, mi manca ancora il fiato».

Ah, ma quella Coppa poi? «Quando l’ho presa in mano a fine partita, sono andato da Gigi e gli ho detto “hai sentito quanto pesa?”. Il nostro patto di sangue aveva raggiunto l’obiettivo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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