di Federico Buti
ROSIGNANO. Il nonno era un cavaliere sabaudo,
quando nella seconda guerra mondiale sul fiume Don andò in scena
l'ultima carica dei tempi moderni lui c'era, in sella al fedele
maremmano. Anche il nipote oggi va a cavallo, e in un certo senso
anche alla carica, però le analogie ereditarie finiscono qui. Né
sciabola, né Savoia, e nemmeno sella e briglie per David Bassi: lui
segue e insegna tutt'altra tradizione, quella dei nativi americani.
Niente maneggio, trotto e barriere da saltare, con lui si galoppa a
pelo nei campi e sulle colline toscane.
Western toscano. Le citazioni possibili sono
tante, ma Bassi non è Crazy Horse, e solo in parte potrebbe essere
definito l'uomo chiamato cavallo o l'uomo che sussurra. Per
raccontare la parabola di questo rampollo di buona famiglia
torinese che anni fa ha deciso di dare una ribaltone alla sua vita
e ha "dirazzato", ci sembra invece più appropriata una citazione
musicale: tra la via Emilia e il West. Il West, probabilmente ce
l'ha sempre avuto nel sangue e nell'immaginario. E la via Emilia è
il suo approdo finale (per ora): è lì che dopo parecchie traversie
è venuto a vivere con la sua gente e i suoi purosangue, su un
terreno di 15 ettari che sta cercando di ampliare e organizzare, in
modo da trasformare il sogno in realtà duratura. E' dura, ma forse
ce la farà.
Doppia svolta. Bassi ha 43 anni e fino al 2003
faceva il suo tranquillo e nemmeno scarso lavoro gestendo
un'azienda familiare in Piemonte: carattere inquieto, stress, un
senso complessivo di estraneità, ma non avrebbe detto nemmeno lui
che nel giro di pochi mesi si sarebbe trovato in tutta un'altra
"skyline".
I segnali, in realtà, c'erano. Sempre innamorato dei cavalli e
della Toscana, prima di tutto. E poi dei viaggi, possibilmente
avventurosi. Quando non era ancora maggiorenne ne fece uno in
Australia, lungo, per motivi di studio, e durante quel soggiorno in
una farm conobbe un anziano Sioux (Lakota, per la precisione) che
allevava cavalli bradi e gli insegnò tutto. «E' stata la prima
svolta, l'incontro che mi ha cambiato la vita», dice David: anche
se poi è successo vent'anni dopo, a scoppio ritardato; e senza aver
più rivisto quel singolare maestro di monta e di vita, che forse a
quest'ora non c'è più.
La seconda e definitiva svolta data invece 2004. Bassi entra in un
tunnel di conflitti di lavoro e familiari. Nel frattempo il destino
vuole che gli regalino un cavallo, un purosangue che ha corso a
lungo negli ippodromi ma che nessuno riesce a domare completamente.
Si chiama Leevi Laine, ha 11 anni, è un tipetto capace di vincere
corse importanti, ma i fantini lo scansano come un castigo, la
scuderia se lo vuole togliere dai piedi. David dà un calcio
all'azienda, monta sul cavallo e se ne va.
Odissea. Qui comincia subito l'odissea. David, la
sua compagna Monica Citti e i suoi amici - ne ha parecchi, fin
dall'inizio - cercano un terreno, e lo trovano vicino a San
Rossore. I cavalli diventano quattro, sei, dieci. Glieli regalano,
oppure se li va a prendere a giro per l'Italia: «perché ora è nato
anche questo fenomeno barbaro - spiega - l'Italia è piena di
cavalli abbandonati, che a volte si riuniscono in branchi di
decine, pericolosi». E non è l'unica barbarie: anche i macelli
clandestini, per esempio, sono in rapido aumento.
Se non li raccatta in giro, Bassi li compra a prezzo stracciato:
sono quasi tutti purosangue rifiutati, in declino, animali
difficili che non si omologano ai ritmi e ai doveri. E tutti sono
sofferenti, nel corpo e nell'anima. Lui li cura e li recupera,
mettendoli in libertà dentro il terreno recintato, ma senza box,
sottoponendoli a trattamento disintossicante («sono dopati e pieni
di ormoni fino agli occhi, una cosa paurosa») e ad un training
psicologico mai facile, ma ormai consolidato.
E non solo: vive fra loro in una full immersion, perché il senso
della sua opera è quello di farsi accettare dagli animali come un
primus inter pares, un capobranco. L'obbiettivo finale invece è
quello di usarli per insegnare alla gente questa monta alternativa,
ma tenendoli comunque lì con sé, sulla sua terra. Rivenderli dopo
averli guariti? Difficile. Dopo la cura sono abituati ad un'altra
vita. E c'è sempre il pericolo che qualcuno tenti di riavviarli
alle corse, o ad altri compiti gravosi.
2 marzo 2010