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La poltiglia di paura e detriti non va più via, Livorno e l’incubo di una nuova apocalisse

Un anno dopo l'alluvione manca un piano di Protezione civile e non sono iniziati i lavori per rimuovere il tombamento del Rio Maggiore e migliorare zona dei Tre Ponti

LIVORNO. Il fango di una notte maledetta, in un anno, è stato portato via dalle strade e dai fiumi, liberandoli. Pulito dalle auto accartocciate una sull’altra e dai vetri incrostati, aspirato da scantinati divenuti luridi, appartamenti inagibili e garage inondati. Ma non c’è stato modo – e forse non ci sarà mai – di togliere quella poltiglia di paura e detriti rimasta attaccata nella testa e nell’anima dei livornesi che dal 10 settembre dello scorso anno piangono nove morti. E non sanno, og ...

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LIVORNO. Il fango di una notte maledetta, in un anno, è stato portato via dalle strade e dai fiumi, liberandoli. Pulito dalle auto accartocciate una sull’altra e dai vetri incrostati, aspirato da scantinati divenuti luridi, appartamenti inagibili e garage inondati. Ma non c’è stato modo – e forse non ci sarà mai – di togliere quella poltiglia di paura e detriti rimasta attaccata nella testa e nell’anima dei livornesi che dal 10 settembre dello scorso anno piangono nove morti. E non sanno, oggi, che cosa capiterebbe domani tra Chioma e il Calambrone se piovesse di nuovo così tanto in così poco tempo.



Quali rischi ci sono oggi? Nel giorno delle fiaccolate e delle cerimonie per celebrare il primo l’anniversario e non dimenticare, di parole, ricordi e qualche polemica – «Peccato mortale mangiare sull’alluvione», ha detto il vescovo nell’omelia – è questa la domanda alla quale tutti cercano una risposta guardando il cielo ogni volta che scendono le prime gocce sulla città e il mare torna a colorarsi di marrone e di paura riaprendo le ferite della terra e della mente. Perché se è vero che moltissimo è stato fatto e Livorno è riuscita a lentamente a rialzarsi grazie all’impegno di associazioni, singoli cittadini – il simbolo del coraggio sono stati “i bimbi motosi” – e istituzioni, molto è ancora da fare. E la possibilità di una nuova apocalisse non è affatto scongiurata.

Prima di tutto perché un nuovo piano della Protezione civile – la sua organizzazione è finita al centro dell’inchiesta giudiziaria dove sono indagati per omicidio colposo plurimo il sindaco Filippo Nogarin e il responsabile dell’ufficio – non è stato ancora approvato nonostante molti accorgimenti.

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Due, inoltre, i lavori chiave che devono iniziare al più presto ad altrettante infrastrutture che la notte della tragedia non hanno protetto la popolazione come avrebbero dovuto: il tombamento del Rio Maggiore, il fiume esondato tra le quattro e le cinque del mattino travolgendo tutto quello che ha trovato sulla propria strada compreso il futuro della famiglia Ramacciotti: babbo Simone, mamma Glenda, nonno Roberto e il piccolo Filippo di quattro anni rimasti prigionieri nel seminterrato di una palazzina a due passi dal viale Italia; e i cosiddetti Tre Ponti, il punto in cui sfocia il Rio Ardenza, l’altro corso d’acqua che non trovando uno sfogo naturale a valle si è rivoltato contro interi quartieri ingoiando il futuro di Roberto, Martina, Gianfranco e Raimondo.

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I DUE PROGETTI. Il governatore della Toscana Enrico Rossi, commissario all’alluvione almeno fino a febbraio, lo ha ripetuto al Tirreno anche ieri: «Entro sei mesi via alla rimozione del tombamento del Rio Maggiore». Ma sull’attuazione del progetto c’è più di un dubbio. Inizialmente, infatti, il fiume doveva essere stombato creando un percorso alternativo che passasse in mezzo alla zona degli impianti sportivi: campo di atletica e ippodromo prima di sfociare nella zona dell’Accademia Navale. Un disegno infattibile sul quale l’Amministrazione ha già fatto marcia indietro. E dunque servirà che Regione e Comune si trovino al più presto a metà strada per arrivare a una soluzione.

Ancora più lontana la soluzione del rompicapo dei Tre Ponti, già distrutti negli anni Novanta da un’ondata di maltempo, ricostruiti con cinque campate e ora di nuovo al centro di un dibattito tra ingegneri per trovare il modo di trasformarli e renderli meno pericolosi, magari abbattendo la struttura attuale per far nascere un’unica campata che migliori il deflusso dell’acqua.

Ma sotto la lente d’ingrandimento non sono finite solo queste due opere, ma lo sviluppo di interi quartieri costruiti negli ultimi cinquant’anni: Montenero, Collinaia, Monterotondo che hanno pagato il prezzo più alto in termini di vite e di danni. E che dal giorno dopo l’alluvione sono al centro della super consulenza chiesta dalla procura e depositata all’inizio dell’estate da cinque ingegneri per ricostruire le cause della tragedia.

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SOLDI E RIMBORSI. L’ultima certezza rispetto al risarcimento danni è invece arrivata nei giorni scorsi quando il Consiglio dei ministri ha prorogato di sei mesi lo stato di emergenza che era stato dichiarato dopo l’alluvione del 10 settembre di un anno fa per il territorio dei comuni di Livorno, di Rosignano Marittimo e di Collesalvetti. Inoltre il governo ha deliberato anche «gli importi autorizzabili, con le modalità del finanziamento agevolato, in favore di soggetti privati e di attività economiche e produttive colpiti da eventi calamitosi verificatisi dal novembre 2015 al dicembre 2017». Per gli alluvionati di Livorno, un mese fa la Conferenza Stato-Regioni aveva parlato di 12,3 milioni. A fronte di danni per 50 milioni.