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Lavoro nero, blitz della finanza nei capannoni "alveare"

Individuate i capannoni ‘alveare’ in provincia di Firenze in cui 62 impiegati di origine cinese e pachistana lavoravano nell’illegalità, nel degrado e in un ambiente non sicuro

FIRENZE. Lavoratori clandestini, irregolari o privi di contratto di lavoro, costretti a lavorare in situazioni di profondo degrado. Una storia vecchia e sempre attuale, a metà strada tra una crisi migratoria mai risolta e il dramma delle morti dovute alle precarie condizioni di lavoro.

Nei giorni scorsi le Fiamme Gialle del comando provinciale di Firenze hanno scoperto cinque capannoni ‘alveare’ in cui lavoravano nell’illegalità 62 impiegati cinesi e pachistani. Le strutture, appartenenti a 7 imprese diverse, si trovano a Signa e Campi Bisenzio, località in provincia di Firenze. Qui venivano prodotti vestiario e accessori in condizioni di sicurezza praticamente nulle.

Se una parte dei lavoratori controllati era irregolare, con un contratto di lavoro che non corrisponde alla reale attività svolta, più della metà non possedeva alcun contratto. E in 23 neanche un regolare permesso di soggiorno.

L’ispettorato del Lavoro ha predisposto la chiusura dell’attività commerciali di 6 ditte.  Mentre la l’Azienda sanitaria locale di Firenze si occupa delle violazioni della sicurezza sul lavoro e delle scarse condizioni igienico-sanitarie dei capannoni, la Procura di Firenze mette sotto accusa i 23 clandestini e i datori di lavoro che li hanno assunti. Le sanzioni ammontano a circa 250.000 euro.

Il comando provinciale di Firenze,

l’Asl e l’ispettorato territoriale del lavoro, collaborano da anni per individuare condizioni di lavoro irregolare, il lavoro “sommerso”. Rispetto al 2017 il numero dei lavoratori clandestini individuati è aumentato di 6 volte solo dall’inizio del 2018. (c.d.f)

 

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