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Agli italiani piacciono i populisti - L'editoriale

Il vento del populismo soffia forte in Italia ormai da un quarto di secolo. Ai suoi primi incerti passi il governo Conte-Salvini-Di Maio compare come un’anomalia in Europa, ma è la conseguenza di un processo sociale e politico iniziato in Italia con il collasso della prima repubblica. Una transizione mai conclusa dal vecchio regime dei partiti post-bellici verso un nuovismo continuamente cangiante, senza radici culturali: in principio Berlusconi, ieri Renzi, oggi i diarchi giallo-verde.

Dove sono dunque le radici del nostro malcontento? Nel 1994 gli italiani erano animati dal risentimento verso un sistema politico corrotto, svelato ma non debellato dalle inchieste di Tangentopoli. Un anno prima, il 30 aprile 1993, nel pieno della bufera politico-giudiziaria l’allora segretario del Partito socialista, Bettino Craxi, davanti all’hotel Raphael, sua abituale residenza romana, subì l’ingiuria della folla esasperata: insulti e lancio di monetine. Una contestazione cavalcata a sinistra dal Partito comunista e a destra dal Msi e dalla Lega di Umberto Bossi. Azione antipolitica come reazione alla cattiva politica dei partiti storici.

L’aria che tira viene respirata a pieni polmoni da un imprenditore rampante, legato a Craxi: «La vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e superata dai tempi» recita Silvio Berlusconi nel celebre discorso della discesa in campo, il 26 gennaio 1994; una videocassetta ben curata prodotta nei suoi studi televisivi e imposta nei tg della sera. «L’Italia è il Paese che amo» l’incipit berlusconiano: il Capo si rivolge così direttamente al popolo, si impossessa di un’esortazione calcistica patrimonio di tutti (Forza Italia) e ne fa l’emblema di un partito; utilizza le proprie televisioni di successo mescolando propaganda informativa (indimenticabili i tg del fedele Emilio Fede) con un info-intrattenimento aggressivo grazie a programmi popolari come "Striscia la notizia", "Le Iene", in grado di ottenere ascolti altissimi ancor oggi.

Nasce ufficialmente la politica della disintermediazione fondata sul "partito personale" (efficace definizione del politologo Mauro Calise). Berlusconi è il prototipo di un modello politico che dilagherà nella cosiddetta seconda repubblica. Che cosa è stata l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro se non un partitino giustizialista legittimato dalla fama dell’ex pm di Mani pulite? Dimestichezza con il mezzo televisivo, spregiudicatezza del linguaggio, demagogia nei programmi. Il ventennio berlusconiano ha permeato la vita politica conducendola a un punto di non ritorno.

L’ex Cavaliere, oggi attempato europeista, è stato il primo a provare a scardinare le regole istituzionali: gli attacchi alla magistratura trasformata in blocco in "toghe rosse", l’insofferenza verso il bilanciamento dei poteri costituzionali, l’uso delle leggi "ad personam" per sistemare le cose di famiglia hanno rappresentato la cifra sovversiva dell’uomo di potere. Per paradosso lo stesso antiberlusconismo, fronte eterogeneo e altalenante, si è alimentato negli anni di un sentimento pre-politico, più viscerale che razionale. Il linguaggio pubblico si è impoverito mentre la complessità dei processi economici e sociali provocati dalla globalizzazione avrebbero richiesto un pensiero profondo. Si è rincorso il facile consenso a scapito del doveroso approfondimento. La stessa ascesa di Matteo Renzi sulle rovine della "ditta" di Bersani fu facilitata dalla retorica della rottamazione. Una volta conquistato Palazzo Chigi, nel febbraio 2014, il premier-segretario ha perseguito un populismo riformista basato su una semplificazione della realtà (rivelatasi poi deleteria): non conta la natura e la qualità della riforma da proporre al Paese, ma conta la narrazione della riforma stessa.

Questa prassi è stata portata agli estremi durante la sciagurata campagna per il referendum istituzionale: una riforma destinata a modificare gli equilibri della Repubblica banalizzata con slogan anti-casta: tagliamo i seggi al Senato, aboliamo le poltrone del Cnel. Un anticipo della storica sconfitta del 4 marzo. Gli elettori hanno sperimentato in questi anni svariate sfumature di populismo. Sostiene il premier in carica, il professore Conte, che se esser populisti vuol dire ascoltare il popolo, ebbene il suo governo lo sarà. Un altro slogan. Efficace. Ma non basta ascoltare,

è necessario risolvere i problemi e le sofferenze di vaste fasce di cittadini. Nello sconvolgimento sociale provocato da dieci anni di crisi economica senza precedenti c’è la base elettorale per ogni pulsione populista: oggi giallo-verde. Domani ancora più estrema. Comunque buona domenica.

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