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Mondo Nomadelfia, vivere da fratelli senza soldi e proprietà

Grosseto, il 10 maggio Papa Francesco visiterà la comunità Nessun cognome, un fondo collettivo e a scuola niente voti

NOMADELFIA. Roberto è un insegnante di musica e ha 13 figli: tre dal suo matrimonio e dieci in affidamento. Friulano di Udine, dal 1983 vive a Nomadelfia, dove è nata sua moglie Nazzarena. «Quando arrivai qui - dice - ero un elettronico: c’era bisogno di un informatico e feci quello. Oggi insegno musica. In ambiente fraterno, tiri fuori le abilità e le metti al servizio della comunità». Quando Roberto giunse a Nomadelfia, lasciò fuori il suo cognome; a Nomadelfia non esistono cognomi: si appartiene alla comunità, non alla propria famiglia. È qui, nella Maremma dei butteri, a pochi minuti dalla periferia di Grosseto, in una enclave di spiritualità dai confini aperti - dove tu, volendo, puoi venire a fare trekking senza chiedere permessi né aprire cancelli - che il 10 maggio Papa Francesco giungerà per una visita breve e intensa, nello stesso luogo in cui 29 anni prima Karol Wojtyla lasciò una traccia ancora vivissima.

Il borgo. Oggi Nomadelfia - che significa "legge della fraternità" - è una frazione di Grosseto. Ma sono i nomadelfi, una comunità cattolica, ad aver dato il nome al luogo, e non viceversa. Sono poco più di 300, una sessantina le famiglie originarie per lo più del Nord Italia, e l’Emilia Romagna è ben rappresentata: era modenese di Carpi, del resto, don Zeno, il sacerdote che fondò la comunità alla fine degli anni’40 nell’ex campo di concentramento di Fossoli - dove aveva dato una famiglia a più di 600 minori orfani - per poi ricostituirla nel’54 nella Maremma Grossetana. Ci accoglie Giovanni Paolucci, 31 anni, una laurea in scienze politiche alla Cesare Alfieri di Firenze: dalle Langhe di Savigliano, Giovanni arrivò a Nomadelfia nel’98, con i suoi genitori; dopo la laurea, ha deciso di tornare. Prendiamo l’auto. Ci sembra di attraversare un borgo urbanizzato nella campagna toscana: orti, attrezzi del lavoro agricolo, case basse e "lunghe". Sono quattro chilometri quadrati di terreni, un borgo-tenuta agricola, donati agli inizi degli anni’50 da Maria Giovanna Pirelli, figlia primogenita dell’industriale Alberto Pirelli. Ci sono la chiesa dedicata a Santa Maria Assunta, l’azienda agricola con il caseificio, il frantoio, la cantina, la Sala Don Zeno da 700 posti dove papa Francesco incontrerà la comunità, e il cimitero dove riposa il fondatore sulla cui tomba si recherà il pontefice.

La scuola. E ci sono le scuole. Nomadelfia ha un proprio sistema scolastico. Si chiama Scuola Familiare; si può studiare fino al quinto anno delle superiori e al termine di ogni ciclo si sostiene un esame come quello che fa chi ha frequentato una scuola privata. Ci sono insegnanti nomadelfi e docenti che arrivano da fuori. «È una scuola per tutti - dice Giovanni - dove nessuno deve rimanere indietro. Abbiamo eliminato la competizione: niente voti, viene valutato l’impegno».

Insieme, uniti. Nella chiesa, sopra l’altare in sughero, si legge: "Ut unum sint", "Affinché siano uniti". «Perché loro siano una cosa sola - ci spiega Giovanni - perché l’unità è la testimonianza della presenza di Dio». I nomadelfi vivono unitamente la quotidianità: pranzano insieme - per esempio - anche se non tutti e 300, sarebbe impossibile. La comunità consta di gruppi, ciascuno popola una Casa Comune intorno alla quale ci sono piccoli edifici che le singole famiglie usano per la notte: il gruppo Poggetto, Rosellana, Cenacolo, Diaccialone... Su 300 nomadelfi, 89 hanno fra tre e 18 anni e in tanti qui hanno trovato ciò che desiderava per loro il sacerdote modenese: una famiglia.

Il lavoro. All’ora di pranzo, si lascia l’attività che si sta svolgendo per sedersi, insieme, a tavola. Ecco perché a Nomadelfia nessuno ha un lavoro fuori Nomadelfia: un impiego con pause pranzo da panino al bar è inconciliabile con la vita in condivisione. Ciascuno offre il proprio lavoro senza avere soldi in cambio. Se c’è bisogno di un idraulico, un falegname, un agricoltore... nella comunità c’è. Ogni adulto è socio o della Cooperativa Agricola e Lavoro o della Cooperativa Culturale. «Altrimenti sarebbe lavoro nero - sottolinea Giovanni - e noi questo non lo vogliamo». Le buste-paga vengono convogliate in una cassa comune. I beni sono gestiti da una Fondazione. "Mio" o "tuo" non esiste. La principale fonte di sostentamento è l’ospitalità: la comunità dispone di una settantina di posti letto nelle famiglie e di una foresteria: «Da noi passano 6-7mila persone l’anno - dice Giovanni - e ciascuna lascia ciò che può. Non c’è una tariffa». Il 50% dei giovani sceglie di lasciare la comunità. «Ne siamo lieti

- dice Giovanni - Nomadelfia non è l’Assoluto, è un luogo dove cerchi e trovi il vestito che speriamo indosserai tutta la vita». La comunità è aperta a tutti. «Il punto più importante è la capacità di stare con gli altri. Insomma - sorride Francesco Matterazzo - non bisogna essere "molesti"».

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