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Dodici anni per l’indennità contro la “giustizia lumaca”

La Corte d’appello ordina al ministero delle Finanze di risarcire i cittadini ma lo Stato ignora le sentenze: il Tar interviene per far rispettare i diritti violati

FIRENZE. Il contenzioso è stato lungo. La battaglia per il risarcimento anche di più. In un caso dieci anni. In uno addirittura dodici. In entrambe le situazioni, comunque, cittadini toscani non sono riusciti a farsi rimborsare dallo Stato l’indennità di “equa riparazione” per l’eccessiva durata del procedimento davanti alla Corte dei Conti. E ora il Tar, con due sentenze, ordina al ministero delle Finanze a pagare il conto in sospeso da un decennio e anche più. Minaccia di nominare un commissario per saldare il debito e condanna anche il ministero al pagamento delle spese legali per il ricorso amministrativo.

Le ultime storie di burocrazia e malagiustizia si definiscono davanti al Tar della Toscana pochi giorni fa, tra fine marzo e la prima metà di aprile.

DODICI ANNI D’ATTESA

La prima sentenza (del 28 marzo) riguarda Giuseppe Pantaleo Costantini e Michele D’Andrea. Nel 2016 presentano un ricorso al Tar di Firenze perché non riescono a riscuotere dallo Stato una somma, di fatto un piccolo risarcimento, riconosciuto dalla Corte d’Appello di Firenze nel 2006: 1000 euro a Pantaleo Costantini e 2.000 euro a D’Andrea come indennizzo per la giustizia lumaca. A distanza di 12 anni, ancora il ministero delle Finanze non li ha liquidati.

DIECI ANNI IN “CODA”

La seconda sentenza (fotocopia della prima) è pubblicata il 12 aprile e fa riferimento al ricorso n° 100 presentato da Emilio Consiglio nel 2018. Questa volta, almeno, la giustizia sembra essere stata spedita. L’unica, forse, in tutta questa vicenda che sembra concludersi con un ricorso al Tar di un cittadino contro il ministero dell’Economia e delle Finanze, il Mef. Emilio Consiglio, infatti, si rivolge al tribunale amministrativo della Toscana per ottenere che venga eseguito quanto disposto da un decreto della Corte di appello di Firenze nel 2008, dieci anni fa esatti. L’atto era stato depositato in cancelleria il 7 aprile 2008, era diventato esecutivo il 28 maggio 2008 ed era stato notificato al Mef il 9 luglio 2008: insomma, non è mancato il tempo per liquidare il cittadino.

PROCESSI TROPPO LUNGHI

La Corte d’appello, infatti, come nel caso degli altri due cittadini, nel 2008 aveva condannato «la Presidenza del consiglio dei ministri (e quindi il ministero delle Finanze) al pagamento di una somma spettante a titolo di equa riparazione per eccessiva lunghezza di un processo svoltosi innanzi alla Corte dei Conti». In base alla legge Pinto (la 89 del 2001 dalla quale discende poi l’equa riparazione) «..si considera rispettato il termine ragionevole (...) se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, di due anni in secondo grado, di un anno nel giudizio di legittimità. (...)». Visto che i termini nel procedimento davanti alla Corte dei Conti non erano stati rispettati, il governo era stato condannato dalla Corte d’Appello a pagare 2.900 euro al cittadino per la giustizia-lumaca.

INGIUNZIONE IGNORATA

Ma neppure la sentenza della Corte d’appello è servita a svegliare lo Stato. «Nonostante la notificazione della pronuncia della Corte d’Appello - si legge nella sentenza del Tar - l’amministrazione (il Mef, ndr) non ha provveduto al necessario adempimento (insomma non ha pagato).... Conseguentemente al ministero delle Finznae deve ordinarsi di dare esecuzione a quanto disposto con il decreto del 2008, provvedendo entro 30 giorni dalla comunicazione in via amministrativa o dalla notificazione di questa sentenza al pagamento al ricorrente degli importi liquidati dalla Corte d’appello (i famosi 2.900 euro, ndr) con interessi legali dalla domanda al saldo».

IL COMMISSARIO SPECIALE

Se, per caso, il Mef insistesse a non pagare - aggiunge il Tar - «in caso di ulteriore inadempimento, provvederà (a

liquidare, ndr) nei 30 giorni successivi in veste di commissario ad acta un dirigente dell’ufficio centrale del bilancio del Mef, designato dal direttore generale dello stesso ufficio». Questa procedura (con il commissario) varie per entrambi i casi.

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