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Caso don euro, ll vescovo attacca la procura: «Accusato per giustificare le loro scelte»

Monsignor Santucci al contrattacco «Non mi dimetto. Al processo emergerà la mia correttezza»

MASSA. «Mangiacapra ha parlato tanto, troppo. Ha parlato tanto, troppo anche il procuratore Giubilaro. Io sono stato in silenzio fin qui, se tutti chiacchierano si alza solo il volume. Ma ora, dopo il rinvio a giudizio, posso dire la mia». Posacenere in marmo rotondo di fronte, al centro un rosario di macchie imbrunite per le sigarette spente sul bianco. La cenere dell’ultima è ancora lì, tiepida, mentre il vescovo Giovanni Santucci dispiega i suoi appunti ordinati e inizia a dire la sua sulla vicenda che in questo scorcio di carriera lo ha portato, addirittura lui, «unico vescovo in Italia da anni» a un rinvio a giudizio : il caso don Morini, conosciuto come don Euro .

Niente foto, l’avvocato di fiducia Adriano Martini è categorico. Alle spalle di monsignor Santucci un dipinto di Cristo sulla croce. Il martirio dell’uno nell’iconografia classica, amplifica sullo sfondo il più terreno «grande fastidio» provato dall’altro nel trovarsi coinvolto nel processo. L’obiettivo polemico è uno. E lo affronta subito: la procura. «Mi hanno fatto due accuse, posso dire con sicurezza che sono entrambe false. Sono stato tirato dentro per dare evidenza al caso e giustificare le scelte della procura». Via il siluro, poi più nessun accenno.

Don Euro, le tappe dell'inchiesta sul prete che dilapidava i soldi dei fedeli in escort e lusso Secondo la Procura di Massa sperperava i soldi dei fedeli in escort gay, droga, spa, alberghi di lusso, gioielli, ristoranti stellati. Sul conto di Don Luca Morini, passato alle cronace come "Don Euro", sono stati sequestrati 700mila euro, più altri 150mila in diamanti. Andrà a processo per tentata truffa e appropriazione indebita il 13 giugno 2018. Ecco la ricostruzione delle tappe della vicenda - L'ARTICOLO: a processo pure il vescovo


E i soldi che ha girato a don Morini dal conto delle Pie Fondazioni? «Soldi che vengono raccolti per le messe in suffragio e dati nella completa disposizione del vescovo. Sono soldi nostri, non sottratti a nessuno, che posso gestire discrezionalmente. Io sono padre e fratello dei mie preti, ho il dovere di comportarmi come tale quando sono in difficoltà». Alzato lo scudo e parata la prima accusa.

La seconda è di aver truffato l’assicurazione Cattolica per dare un premio più alto a don Morini su pressione di quest’ultimo. Pressioni ricattatorie, per la procura. «Ho solo sollecitato un intervento dell’Istituto centrale del sostentamento del clero all’assicurazione, che poi peraltro ha lasciato cadere la cosa».

Morini stava male dunque? Come lo hanno stabilito? «Analisi fatte a San Rossore e confermate dal dottore Dalle Luche. In quel periodo era chiuso a casa, solo, stava male. Indebolito nella mente, con conseguenze fisiologiche».

Rispetto alla ricostruzione della procura, nel racconto del vescovo dunque si invertono ordine delle responsabilità e ruoli tra lui e Morini. Il ricatto presunto ai suoi danni – «Vescovo, guarda che se parlo io», sibillava al telefono intercettato Morini – diventa «il modo abituale suo, non è nuovo a certi ragionamenti». I soldi estorti in cambio di silenzio sono «la normale cura che un padre deve a tutti, soprattutto a chi chiede vicinanza, è spaventato, è aggredito». Il bisognoso in causa è don Morini.

Non è una linea nuova, ma per la prima volta Santucci la spiega ai giornalisti nelle stanze della Curia. Attorno a un tavolo negli appartamenti, atmosfera volutamente colloquiale. A capotavola lui, all’altro una telecamera su treppiedi predisposta dai suoi assistenti. Convocati solo i giornali cartacei: «voi fate le opinioni di tutti, vi ringrazio per raccontare le cose».

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Paura del processo? «No, paura non direi. Fastidio quello sì, non sapete che fastidio mi dà essere l’unico vescovo in Italia indagato. Morini ha fatto degli errori sicuramente e con il senno di poi qualcosa abbiamo sbagliato anche noi».

Si riferisce allo spostamento di Morini dalla chiesa di S. Eustachio di Montignoso a Caniparola. Vicino a quella Fossone dove aveva già prestato servizio, accompagnato da chiacchiere su truffe, mancanza dal servizio e strane apparizioni. Per non parlare delle frequentazioni maschili. «Sono storie precedenti al mio mandato qui, che inizia nel 2010, lo mandai via per ragioni umanitarie. A Montignoso stava in una casa difficile da raggiungere con il padre, malato. L’ambulanza faticava molto ad arrivare e quando si presentò l’occasione lo spostai. A Caniparola era più facile. Con il senno di poi non fu una buona idea, ma allora non potevo saperlo».

Eppure i parrocchiani di quelle zone lo avevano avvertito. «Non si può prestare l’orecchio a ogni chiacchiera, a un nuovo capo che arriva se ne raccontano molte. Altre vengono taciute». Alle dimissioni racconta di aver pensato, accarezzate quasi. Per liberarsi, per difendersi al meglio. «Se mi fossi dimesso avrei dato ragione a questi signori e non mi fa piacere. Nel processo la verità verrà fuori».


 

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