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Se salta il modello Toscana - L'editoriale

Un modello è saltato. Scardinato dal voto popolare di domenica. La geografia politica della Toscana è uscita dalle urne mutata così come appare irriconoscibile la geografia sociale di città grandi e piccole dopo dieci anni di crisi, la più lunga che l’Italia abbia conosciuto in tempi contemporanei. Se si analizzano i dati dei collegi uninominali della Camera,in 74 comuni il Movimento 5 Stelle è arrivato primo; in altri 25 è prima la Lega; in tutti gli altri, la maggioranza, il Pd è in testa (in uno, Santa Fiora, c’è stato addirittura un pareggio Pd-M5S). Ma il partito di Renzi ha poco da consolarsi. E’ il cuore della Toscana rossa che si allunga su lembi di costa tra Livorno e Piombino: una ridotta assediata da un voto concentrato sulla convergenza degli estremi, espressione di un malessere sociale e di una insoddisfazione politica colpevolmente ignorati.

Nella Toscana del "socialismo municipale" il modello dal dopoguerra si è retto sulla triade partito-comune-coop. Svuotato il partito dello storico ruolo dell’ "intellettuale di massa", secondo la concezione gramsciana e togliattiana che fece la fortuna di una stagione ormai consegnata alla storia; a secco le amministrazioni comunali colpite dai pesanti tagli alla spesa pubblica; trasformate le cooperative in qualcosa di più simile a imprese private con cassa integrazione, ristrutturazioni e persino investimenti azzardati; ebbene sommando la lunga sequenza di questa mutazione dei capisaldi di una tradizione gloriosa, il modello non poteva non esplodere in tutte le sue contraddizioni.

Dal 2013 a oggi il Pd in Toscana ha perso 200mila voti, un quarto del suo elettorato. Tutti sedotti dalle sirene del populismo?E’ un errore aver voluto credere che ciò che per comodità definiamo movimenti populisti siano la causa dell’instabilità dei sistemi politici in Italia come in gran parte dell’Occidente. In effetti questi movimenti sono stati la risposta, legittimata dal voto, all’inadeguatezza delle culture novecentesche ad affrontare la globalizzazione. La crisi economica ha impoverito ceti medi, ha espulso operai dal lavoro, ha messo ai margini una generazione di giovani. La paura del declassamento sociale, fotografata dall’ultima indagine del Censis, si fonda su un’esperienza di vita di fronte alla quale nulla può un incremento del Pil di uno zero-virgola-qualcosa, come invece una narrazione ottimistica ha voluto far credere.In tutta l’Europa occidentale la sinistra è ridotta ai minimi termini, afona di fronte alle preoccupazioni di quella che fu un tempo la sua base sociale di riferimento. E’ facile oggi, dopo il disastro di domenica, criticare Renzi. Ma i punti deboli di quel progetto politico erano evidenti anche quando era al massimo del suo consenso e riscuoteva facili applausi. Il "populismo riformista" era connaturato all’azione di governo sin dai primi passi a Palazzo Chigi.

Populismo di governo perché si illudeva si contrastare l’ascesa del Movimento 5 Stelle sul terreno del linguaggio banalizzante e roboante, in concorrenza nella forma più che nella sostanza. Riformismo populista perché più che badare alla natura delle riforme, ai suoi effetti nella società, si è indugiato nella retorica del "noi abbiamo fatto ciò che altri non hanno mai fatto in passato", rompendo con il mondo della scuola per esempio e con quello delle fabbriche.La catena degli errori dunque è lunga. Ma altre due questioni sono state colpevolmente sottovalutate dal Pd turborenziano: immigrazione e banche. La luna di miele tra gli italiani e il rottamatore si ruppe nell’autunno 2015, con il fallimento delle quattro banche regionali, tra cui l’Etruria di cui papà Boschi era vicepresidente.

Il feeling tra Renzi e i certi più deboli della società non è mai nato per l’ostinata sottovalutazione delle paure provocate dal fenomeno migratorio. Negli tre anni di permanenza a Palazzo Chigi il governo ha chiuso gli occhi di fronte al problema; solo nell’ultimo anno con Minniti al Viminale è cambiata, tra le polemiche nello stesso esecutivo, la linea di condotta.Negare il diritto alla paura a chi paura ce l’ha, ha fatto del Pd un partito lontano dal sentire popolare: la paura del declassamento sociale, della perdita del posto di lavoro, dell’insicurezza, del degrado umano e ambientale. Le periferie urbane e sociali - anche nella centrale Toscana - sono state abbandonate nella loro solitudine.

E poiché in politica il vuoto non è consentito, non ci si può meravigliare se sulla cartina geografica di una regione che fu totalmente rossa avanzino i colori giallo e verde. Era prevedibile, purtroppo. Buona domenica come sempre. Luigi Vicinanza @VicinanzaL  ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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