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Moby Prince, Loris Rispoli e quel "vaffa" che si teneva dentro da 27 anni - Video

Prima la commozione, poi lo sfogo: le parole del presidente di #iosono141. «Ma non ripongo lo striscione. Perché non siamo ancora arrivati alle risposte» 

ROMA. Non gli è importato un fico secco del cerimoniale e nemmeno lo ha sfiorato il pensiero di passare da sboccato davanti a senatori, accademici e alti ufficiali. Loris Rispoli, instancabile rompiscatole alla ricerca di verità e giustizia da 27 anni, quel «vaffa...» se lo teneva dentro dal 12 aprile 1991. Quel giorno è entrato nell’hangar allestito al porto di Livorno dove sotto uno dei 140 teli bianchi ha dovuto riconoscere la sorella Liana che sul Moby Prince lavorava al bar. «Non volevo che quel dolore toccasse ai miei genitori, racconta oggi.

VIDEO. Il "Vaffa" in commissione

Moby Prince, Rispoli in Commissione: "Pensavano a salvare la stagione turistica, ma vaff." Così il presidente dell'associazione dei familiari delle vittime della Moby Prince - nel suo intervento durante la presentazione della relazione finale della commissione d'inchiesta parlamentare: "Per 27 anni abbiamo chiesto verità e giustizia: é vergognoso ascoltare ancora un comandante della capitaneria dire che Livorno gli deve essere grata perché ha salvato la stagione turistica, ma vaff." - L'ARTICOLO


Da allora ha giurato a sé stesso che avrebbe lottato. E negli anni non si è mai fermato come presidente dell’associazione 140 e poi con #iosono141. Non lo ha fatto nemmeno davanti alle porte chiuse in faccia, le sconfitte giudiziarie, bugie e prese in giro.

Ecco perché è salito sul treno diretto a Roma con un frase che gli ronzava in testa da mesi. L’ha pronunciata in commissione l’allora comandante del porto Sergio Albanese. «I livornesi dovrebbero ringraziarmi per aver salvato la stagione balneare», invece di accusarlo di non aver gestito al meglio i soccorsi.

Quel «vaffa» detto alla livornese, pronunciato dietro a giacca e cravatta obbligatorie per entrare in Senato (sotto aveva la maglietta rossa con la scritta #iosono141, Rispoli lo ha gridato come se si trattasse di una liberazione, di una piccola rivincita.

«Nello zainetto – ha ripetuto al termine della presentazione della relazione finale a palazzo Giustiniani – c’è lo striscione blu: 140 morti con la scritta nessun colpevole. Non lo ripongo perché non siamo ancora arrivati alla verità. Abbiamo fatto un durissimo percorso durato 27 anni, chiedendo in ogni luogo verità e giustizia, a tutti abbiamo ripetuto la nostra rabbia ma nessuno ci ascoltava. Il lavoro della Commissione ha dato dignità alla nostra battaglia e ai morti che reclamano giustizia, da qui possiamo ripartire per fare dell’Italia un Paese più giusto: perché la verità negata a noi familiari è una verità negata a tutto il Paese». Ecco perché «è vergognoso continuare a sentire bugie. Scusate ma vaffanculo quando sento frasi come: “Abbiamo salvato la stagione turistica”».

VIDEO. Dentro il Moby

Dentro il Moby, le immagini dei soccorritori A vent'anni dalla tragedia il Tirreno pubblica in esclusiva le immagini girate dai Vigili del Fuoco dentro il Moby Prince poco dopo il disastro. Le riprese e le diapositive dei soccorritori e lo scenario infernale che si trovarono di fronte nel traghetto della morte.


Per Rispoli e gli altri settanta familiari delle vittime arrivati ieri a Roma le parole della commissione somigliano a un risarcimento morale, un nuovo passaggio «nel viaggio verso la verità» che i parenti hanno ascoltato in una seduta privata fissata a mezzogiorno in Senato. Adesso però si guarda già al futuro come fa notare Angelo Chessa, figlio di Ugo, comandante del Moby, arrivato a Roma con il fratello Luchino, i figli e i nipoti. «Sono quasi 27 anni che aspettiamo queste parole, siamo fiduciosi e pienamente soddisfatti perché non pensavamo di arrivare a un ribaltamento della verità processuale. I veri responsabili non sono mai stati sfiorati, e i soccorsi non sono arrivati in ritardo: non ci sono mai stati, nemmeno una volta trovato il traghetto. Ora – conclude – speriamo in una revisione completa del processo e nella trasmissione degli atti della commissione a una Procura, che visti i precedenti non sia quella di Livorno».
 

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