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Moby Prince: quei morti per i troppi ritardi

Soccorsi inadeguati e niente nebbia: la commisione parlamentare d'inchiesta cancella i risultati di due processi

ROMA. Alla fine, sullo schermo, compaiono due foto. La prima è del Moby Prince visto dall’alto: non è annerito dalle fiamme e non brucia come siamo abituati a vederlo da 27 anni, ma naviga in mare aperto, ha una balena sulla fiancata, la scritta Navarma a poppa e la prua che solca le onde. Sotto l’immagine di due uomini che si abbracciano: indossano una maglietta rossa con sopra la scritta #iosono141, si chiamano Loris Rispoli e Angelo Chessa.

La notte del 10 aprile 1991 era mercoledì e sulla quella nave morirono 140 persone dopo la collisione con la petroliera Agip Abruzzo, ancorata in rada davanti a Livorno. Il primo perse la sorella, il secondo il padre che comandava il traghetto e la madre.

Diecimila giorni dopo è ancora un mercoledì quando la commissione d’inchiesta parlamentare, dopo due anni di lavoro, tra perizie e audizioni, capovolge la storia, forse anche giudiziaria, della più grande tragedia della marineria italiana all’indomani della quale due inchieste e tre processi non hanno mai trovato (o cercato) i colpevoli.

Emergono accordi – «non illeciti ma sospetti» – pochi mesi dopo l’incidente tra le compagnie assicurative degli armatori (Snam/Agip e Navarma) per evitare le cause dei familiari delle vittime e non farsi una guerra legale nonostante il perito di Onorato sapesse che la petroliera era in una posizione vietata; una procura piccola e impreparata; conflitti di interessi tra chi doveva indagare, la Capitaneria, e chi doveva essere indagato; omissioni e fretta negli accertamenti, errori tecnici dei consulenti, negligenza dei testimoni chiave, falsi storici – come la presenza di nebbia e la posizione della petroliera – e soprattutto soccorsi inadeguati, non coordinati ma improvvisati, tanto da condannare a morte equipaggio e passeggeri. «I miei amici erano ancora vivi, ho detto loro di andarli a cercare», ha ripetuto nell’audizione davanti alla commissione Alessio Bertrand, unico sopravvissuto recuperato più di un’ora dopo l’impatto.

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La rivincita dei familiari delle vittime, arrivati da mezza Italia per ascoltare la relazione finale dell’indagine parlamentare, va in scena nella sala Zuccaro di palazzo Giustiniani, sede del presidente del Senato. Silvio Lai, presidente sardo della commissione, cita Aldo Moro prima di analizzare i dodici punti – alcuni anticipati ieri dal Tirreno – che rappresentano l’ossatura della relazione finale che sarà trasmessa alla procura di Livorno che ha aperto un fascicolo, il terzo, iscritto per ora come atti relativi. «La verità – dice – ci aiuta ad essere più coraggiosi».

Poi entra nel merito ringraziando i familiari delle vittime che «hanno mantenuto viva la memoria. Il lavoro ci ha consentito di acquisire documenti e testimonianze mai acquisite prima. E sgombra il campo dalla nebbia», aggiunge spiegando come il lavoro della commissione non sia concluso. «La Marina sta cercando di recuperare dal fondale il materiale trovato un mese fa che riteniamo essere delle due navi coinvolte».

Proprio la nebbia è stata per anni considerata come una delle cause del disastro, unito agli errori della plancia di comando del Moby. «La nebbia non c’era e non sono emersi errori del comando – spiega il presidente –. Tutte le testimonianze dicono che non c’era prima dell’impatto né impediva a un traghetto di vedere la petroliera. Solo dopo l’incidente arriva il fumo». Alle sue spalle scorrono i fotogrammi del “video D’Alesio”, girato pochi istanti dopo la collisione dalla zona di Antignano, sul lungomare di Livorno. «La striscia delle fiamme che si riflette sul mare dice che non c’era nebbia».

Allora perché il traghetto va a sbattere contro la petroliera intorno alle 22.25? I punti successivi non danno certezze ma escludono possibilità: l’Agip era in una zona vietata anche se il dato è sparito dal diario di bordo e l’impatto non è stato causato dalla velocità. Certo è che qualcosa ha condizionato la manovra del Moby, visto che il timone «è stato trovato forzato a 30 gradi». Ma cosa? Non un’esplosione, esclusa, forse una bettolina che stava facendo rifornimento dalla petroliera. L’unica certezza è che «le due imbarcazioni sono rimaste incastrate per almeno cinque minuti e che l’equipaggio della petroliera non ha avvertito la Capitaneria che l’altra nave coinvolta era un traghetto passeggeri».

È qui che inizia il capitolo più doloroso: quello dei soccorsi: «La Moby non è stata cercata, ma trovata casualmente – ripete Lai – eppure poteva essere cercata perché era l’ultima uscita e si sapeva e vedeva. Peggio ancora è che dopo averla trovata non si è cercato di spegnere incendio. Ed è grave: potevano esserci persone vive, come in sala macchina, oppure nel salone De Luxe dove sono stati trovati 125 cadaveri». Sono le nuove perizie a smentire che la vita a bordo sia durata 30 minuti: «Ogni persona ha una sua storia, ma la perizia medico legale allora fu fatta per riconoscimento vittime e non cause di morte». Ecco perché Lai definisce l’indagine «lacunosa» e prima degli applausi lancia tre proposte. «L’attribuzione alla procura distrettuale delle competenze sui grandi disastri, evitare conflitti di interesse nelle indagini e la modifica delle modalità di gestione delle questioni giudiziarie tra stati ospitanti, basi militari e stati di origine». Perché un altro Moby non accada mai più.
 

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